sabato 17 luglio 2021

Il Marocco e i paradossi dei progressisti italici

Il progressista è una creatura bizzarra, ama presentarsi come il più buono tra gli uomini e il difensore degli oppressi, ma, ligio alla logica di Machiavelli, pone sempre i suoi interessi elettorali ed economici davanti alla sua stessa coerenza.

In questi giorni nel Veneto alcuni musulmani vicini al Partito Democratico si sono dichiarati contrari al Ddl Zan. Il sodalizio è finito? I vecchi amici hanno litigato?

I progressisti italici più informati rischiano di andare seriamente in confusione, ma fino ad ora la loro risposta alla “defezione islamica” è stata il silenzio. Davvero nessuno tra loro aveva immaginato di essersi allevato una serpe in seno?

sabato 3 luglio 2021

Il Portastendardo di Civitella del Tronto, Lettera n. 1


 Per scaricare il numero completo della Lettera, cliccare sul collegamento sottostante:

Il Portastendardo di Civitella del Tronto 01

 

 Civitella del Tronto, la Montejurra italica


Correva l’anno 1956 quando il professor Francisco Elías de Tejada giunse a Napoli con lo scopo di approfondire la tradizione napoletana. Vi restò sette anni sentendosi erede dello spirito della vera Napoli. Il risultato intellettuale che ne venne fuori fu il Napoles hispánico in cinque volumi, in questi ultimi anni interamente tradotto dalla benemerita casa editrice Controcorrente, unitamente ad un sesto volume contenente il sommario, l’indice dei nomi e quattro saggi curati da Miguel Ayuso, Francesco Maurizio Di Giovine, Gianandrea de Antonellis e Giovanni Turco che permettono di comprendere l’importanza della riscoperta della storia e del valore del periodo ispanico. 

giovedì 18 marzo 2021

Una peste peggiore del Covid

Recensione a 

Michael D. O’Brien, 
Il diario della peste,
Fede & Cultura, Verona 2020, p. 344, € 19

 

La peste di cui parla il titolo, evidente riferimento al romanzo storico di Defoe, non è una piaga fisica, ma spirituale: solo casualmente l’opera è stata presentata al pubblico italiano nell’anno in cui è scoppiata la “pandemia”, poiché la pubblicazione originale risale al 1999. E questo è uno degli aspetti più raccapriccianti del romanzo, che descrive una situazione distopica – e non a caso viene proposto dalla casa editrice veronese Fede & Cultura parallelamente ad altri due capolavori del genere: Metropolis di Thea von Harbou (1926, da cui il celeberrimo film del marito Fritz Lang) e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin (scritto tra il 1919 e il 1921 e pubblicato per la prima volta nel 1924 in lingua inglese), considerato il capostipite di questo genere di letteratura e che influenzò George Orwell per il suo 1984 – che ai nostri giorni si sta, purtroppo, realizzando.

La peste è quella del politicamente corretto, che nasce come difesa dei (supposti) più deboli e si trasforma in oppressione dei (supposti) prevaricatori. Tale piaga nasce dalle piccole cose, come preferire il cibo «socialmente responsabile e sensibile all’ambiente» (p. 308), cioè surrogati che sostituiscono il caffè (reo di essere diffuso tramite lo sfruttamento dei popoli dell’America centro-meridionale) e il tè (la cui cultura non è stata rispettosa dei popoli dell’Asia), per giungere ad argomenti più gravi, come l’educazione sessuale imposta tramite le scuole e sottratta ai genitori; la considerazione dell’aborto come un diritto acquisito, sul quale è assurdo continuare a dibattere e che è vergognoso definire un crimine; l’uso dei feti abortiti volontariamente (anzi, creati volontariamente, pagando donne affinché li concepissero all’unico scopo di ucciderli al nono mese) onde trarre dai corpicini materiale necessario alle ricerche scientifiche…

venerdì 20 novembre 2020

Chi era Monaldo Leopardi?

Chi era Monaldo Leopardi?


Monaldo Leopardi, Catechismo sulle rivoluzioni e Otto giorni dedicati ai liberali illusi, Solfanelli, Chieti 2020, p. 168, € 14


Recensione di Giovanni D’Alessandro



Chi era Monaldo Leopardi? Era il padre del poeta Giacomo e c’è da giurare che moltissimi lo sappiano, magari sulla base di memorie scolastiche, insediatesi nei verdi anni grazie anche a un nome così inusuale e a un cognome così conosciuto. Il “signor padre” (1776-1847) – come lo chiamava con riverenza Giacomo nella corrispondenza intercorsa tra loro, dopo che il poeta aveva finalmente lasciato, a 27 anni, Recanati – era figlio del conte Giacomo (del quale darà al proprio primogenito il nome) e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, primo anch’egli dei discendenti d’una delle famiglie più illustri della Marca Pontificia. Orfano dai 4 anni, affidato a una tutela familiare, istruito da un precettore gesuita, Monaldo fu costretto a cimentarsi con l’amministrazione dei beni ereditari già prima dei vent’anni, con risultati disastrosi; che costrinsero, dopo il suo matrimonio nel 1797 con la marchesa Adelaide Antici – madre del poeta –, tanto la moglie quanto i parenti di lei a ritenere opportuno occuparsi loro dal patrimonio. sollevandone lo sposo e lasciandolo così libero di dedicarsi agli amati studi di filosofia, religione e politica; nonché di attendere alla costituzione della famosa biblioteca di ventimila volumi immortalata dal primogenito come alveo di “studi matti e disperatissimi”.

C’è una premessa da fare, doverosa soprattutto quando si parla di un poeta d’immensa fama e grandezza, quale Giacomo: come cioè sia destinato a risultare controverso ogni riferimento sulla incidenza, nella sua opera, del contesto di provenienza e formazione; ma con una distinzione rispetto ad altri grandi, che vi sono casi in cui la famiglia appare meno condizionante e casi in cui si verifica l’ipotesi opposta.

sabato 19 settembre 2020

Gli Zuavi Pontifici e i loro nemici


Recensione al saggio

Francesco Maurizio Di GiovineGli Zuavi Pontifici e i loro nemici, Solfanelli, Chieti 2020, p. 364, € 24   

Molte strade della Penisola italica sono intitolate al 20 (o XX) Settembre, data che segna l’entrata delle truppe italiane a Roma nel 1870 dalla celebre “breccia” di Porta Pia. Esiste anche una nutrita serie di opere pittoriche e scultoree che ricorda questa “impresa” dei bersaglieri (per inciso: quelli che Carlo Alianello avrebbe definito «le SS dell’Ottocento» nel suo La conquista del Sud a causa del loro comportamento nei confronti della popolazione civile meridionale durante la repressione del cosiddetto “brigantaggio” antiunitario). Ma affinché la conquista di Roma possa essere considerata una vera “impresa” e non una semplice esercitazione o, come si dice in casi simili, una “passeggiata militare”, sono necessari ameno due elementi: a) che i bersaglieri abbiano trovato una resistenza e b) che questa abbia avuto un certo peso.

Eppure, il 20 Settembre e la breccia di Porta Pia, sono sempre intesi, nell’immaginario collettivo prevalente, come un colpo di mano di Lamarmora, che si decise a penetrare nella Città Santa quasi nonostante gli ordini pacifici contrari del suo comando, conducendo una brillante e coraggiosa Operazione Militare che avrebbe cambiato la Storia della Patria (il tutto rigidamente scritto con le maiuscole).

Insomma, sembra che i soldati italiani si siano limitati a far brillare la carica che aprì il varco nelle mura romane e a mettere il governo piemontese, timoroso della Francia, di fronte al fatto compiuto.

Però, se fin dal primo momento tale impresa da artificieri è stata esaltata, evidentemente essa doveva aver trovato una notevole resistenza da parte dell’esercito pontificio. E così fu, infatti: le cronache riportano 32 morti e 143 feriti da parte italiana e circa la metà (15 morti e 68 feriti) da parte pontificia, nonostante l’esercito papalino contasse meno di un quarto di uomini di quello invasore (15.000 contro 65.000) . Eppure, chi compì tale eroica resistenza è stato (volutamente) dimenticato, almeno dalla storiografia dei vincitori.

lunedì 31 agosto 2020

L’attività editoriale del gruppo tradizionalista napolitano

Intervento di Gianandrea de Antonellis 

al 50° Convegno di Civitella del Tronto (27 giugno 2020)




Gli Incontri Tradizionalisti di Civitella del Tronto sono nati, per iniziativa di Paolo Caucci von Saucken, cinquant’anni fa nel nome di Francisco Elías de Tejada (1917-1978). 
I campi di studio del pensatore ispanico si dipanarono in particolar modo in tre direzioni: filosofia del diritto, storia del pensiero politico, filosofia politica.

In quanto storico delle dottrine politiche, Francisco Elías de Tejada è legato al Regno di Napoli per la monumentale opera Nápoles hispánico: con questo lavoro, Francisco Elías de Tejada svolse una rilettura critica del pensiero politico cinque-seicentesco napolitano, dimostrando testi alla mano la straordinaria ricchezza della Napoli ispanica, non solo artistica ed architettonica, ma anche intellettuale, e smentendo la leggenda nera che avrebbe voluto i secoli XVI e XVII un periodo di oppressione e sudditanza culturale.

Alla traduzione integrale dei cinque volumi, promossa da Silvio Vitale e pubblicata con il titolo Napoli spagnola dall’editore Controcorrente [Napoli, 1999-2017], il gruppo tradizionalista napolitano, composto da ammiratori e seguaci del pensatore ispanico, ha voluto affiancare un sesto volume di indici [2019], arricchito da saggi di Miguel Ayuso, Maurizio Di Giovine, Giovanni Turco e Gianandrea de Antonellis, pubblicato nello stesso formato del resto dell’opera.

venerdì 12 giugno 2020

La formación del pensamiento político del Carlismo (1810-1875)

Alexandra Wilhelmsen, La formación del pensamiento político del Carlismo (1810-1875), Actas Historia, Madrid 19982, p. 616, s.i.p.


Il saggio di Alexandra Wilhelmsen, frutto di approfondite ricerche durate un ventennio, è un tentativo riuscito e brillante di sistematizzare l’ideologia della controrivoluzione spagnola nel lungo arco di tempo che intercorre tra le cortes di Cadice, da cui sfociò la Costituzione del 1812 e la fine della terza guerra carlista. Impostato cronologicamente, il saggio segue lo sviluppo del pensiero carlista: fin dall’occupa­zio­ne francese, ma soprattutto a partire dalla prima guerra carlista, i legittimisti spagnoli svilupparono il nucleo dottrinale elaborato dai monarchici tradizionalisti durante il regno di Ferdinando VII. Di fatto, non ne rifiutarono alcun punto di partenza, né aggiunsero alcun ulteriore concetto essenziale. Ciononostante, la sua ideologia non era predeterminata alla morte del monarca, poteva evolversi in direzioni diverse, e il passare del tempo ha solo accentuato alcuni passaggi, mentre altri venivano gradualmente dimenticati. Vale a dire che il nucleo dottrinario carlista fu ereditato dal realismo politico del tempo di Ferdinando VII e la questione successoria trovò in Don Carlos un difensore di quel pensiero tradizionale, molto diffuso in tutto il Paese, che, al tempo di Carlo VII, si era perfettamente sviluppato e dottrinalmente delineato lungo quasi mezzo secolo da generazioni di pensatori che individuarono quali elementi considerare fondamentali e quali accessori, nonché come adattare i postulati più importanti alle diverse situazioni politiche e sociali che si andavano a mano a mano delineando, traducendo in termini più concreti alcune idee eccessivamente astratte e mettendo in secondo piano elementi minori. Ciò avvenne in particolar modi quando, durante la terza guerra carlista, governò direttamente i territori della Spagna settentrionale.