di Edoardo Rosa
È sull’isolotto del Grand Bé, di fronte alla città di Saint-Malo, in Bretagna, che sorge la tomba di Chateaubriand, austera e malinconica come la sua vita; raggiungibile soltanto quando la bassa marea libera il passaggio, essa appare e scompare quasi al ritmo del mare.
Isolata ma molto frequentata, ci fa riflettere sul vissuto del grande politico legittimista: un’esistenza travagliata, di tragedie personali, esili forzati e di gravi lutti causati dalla furia rivoluzionaria che seminò strage nell’aristocrazia francese.
La malinconia fu una costante nella vita di Chateaubriand dall’infanzia solitaria trascorsa lontano dai genitori e passata nel castello di Combourg (“È nei boschi di Combourg che cominciai a sentire i primi sintomi di quella noia che ho trascinato per tutta la vita, di quella tristezza che è stata il mio tormento e la mia felicità.” cit.) agli anni durissimi della rivoluzione, in cui vide la sua terra dilaniata da uno scontro fratricida che alcuni storici non esitano a definire genocidio franco-francese.
Tuttavia, quell’isolotto, così proteso sull’Oceano, testimonia anche la predilezione per l’avventura e la volontà di conoscere coste e territori inesplorati da parte del romanziere bretone.
Amava infatti definire l’esperienza del viaggio in mare in questi termini: “È difficile per coloro che non hanno mai navigato farsi un’idea dei sentimenti che si provano quando, dalla nave, non si vede tutt’intorno che il volto severo dell’abisso. Nella vita pericolosa del marinaio vi è un’indipendenza che deriva dall’assenza della terra: sulla riva si lasciano le passioni degli uomini.”
Fu proprio il viaggio in mare e il contatto con una natura indomita a risvegliare in Chateaubriand il sentimento romantico, che egli espresse magnificamente in René, scritto nel 1802: “Alzatevi presto, tempeste desiderate, che dovete trasportare René negli spazi di un’altra vita!”.
Fu questo spirito misto a un senso di disillusione e tristezza sui destini della Francia rivoluzionaria che lo portò a solcare le acque ed approdare nel nuovo mondo, come d’altronde già fecero molti illustri bretoni, dallo scopritore del Quebec Jacques Cartier al corsaro René Duguay-Trouin.
Ammaliato dalla natura selvaggia americana, affermava nel suo libro Viaggio in America: “Man mano che la canoa avanza, si aprono nuove scene e nuovi punti di vista.” E ancora: “Le foreste dell’America sono una sorta di tempio nel quale la natura si compiace di dispiegare tutta la sua magnificenza.”
L’esperienza nell’Eden americano finì presto quando il 10 agosto 1792 cadde la monarchia francese, Chateaubriand sentì dunque il dovere patriottico di intervenire per porre fine alle barbarie giacobine: “Ero partito per l’America con l’intenzione di scoprire il passaggio a nord-ovest; gli avvenimenti di Francia cambiarono i miei progetti.”
Si arruolò a Coblenza nell’esercito degli emigrati, i nobili francesi controrivoluzionari comandati da Luigi Giuseppe di Borbone-Condé.
Anche la sua esperienza militare, tuttavia durò poco; ferito a Thionville nel 1792, Chateaubriand ricorda poi la rotta dopo la sconfitta di Valmy nelle Memorie parlando principalmente dell’asprezza della vita da soldato: “Marciavamo senza scarpe, senza vestiti, senza viveri; eravamo esausti per la fatica e la miseria.”
Per sfuggire alle leggi del Terrore rivoluzionario decide infine di autoesiliarsi in Inghilterra, dove fu costretto a vivere separato dall’amata moglie Celeste.
Il soggiorno inglese si rivela uno dei periodi più tragici della vita dello scrittore, assiste infatti impotente all’esecuzione da parte del tribunale rivoluzionario del fratello maggiore Jean-Baptiste-Auguste, della cognata Aline e alla prigionia della moglie Celeste, di due sue sorelle: Lucile e Julie e della madre Apoline.
Lo sconforto generato nell’animo di Chateaubriand per la perdita dei suoi familiari e in particolare di suo fratello fu immenso e lo descrisse con le seguenti parole: “I miei occhi indeboliti mi permettevano a malapena di distinguere i lineamenti di mio fratello; credevo che quelle tenebre provenissero da me, ed erano invece le ombre che l’Eternità stendeva intorno a lui: senza saperlo, ci vedevamo per l’ultima volta”.
Fu proprio la tragedia causata dalla rivoluzione che come affermava: “aveva distrutto tutto” attorno a lui e la morte della madre nel 1798 che lo convinse a convertirsi al Cristianesimo. “Non mi ripresi da questo turbamento se non quando mi venne l’idea di espiare la mia prima opera attraverso un’opera religiosa: tale fu l'origine del Génie du Christianisme.”
Il Génie du Christianisme divenne una delle opere più importanti di Chateaubriand e uno dei testi fondamentali della rinascita dell’interesse per il Cristianesimo nella Francia post-rivoluzionaria.
Contemplando l’immensità di Dio e del suo creato Chateaubriand si liberò dal suo dolore: “Dio dei cristiani! È soprattutto nelle acque dell’abisso e nelle profondità dei cieli che hai impresso con forza i tratti della tua onnipotenza: milioni di stelle che raggiano nell’azzurro oscuro della volta celeste, la luna in mezzo al firmamento, un mare senza rive, l’infinito nel cielo e sulle onde!”
Forse non è un caso che Chateaubriand abbia scelto proprio il mare come ultimo interlocutore. Dopo aver attraversato l’Atlantico, conosciuto l’esilio, visto crollare il mondo della sua giovinezza e ritrovato la fede nel dolore, volle che anche dopo la morte il rumore delle onde accompagnasse il suo riposo. Sul Grand Bé, il mare che aveva amato in vita divenne così quasi l’ultima voce della sua eternità.