Chi era Monaldo Leopardi?
Monaldo Leopardi, Catechismo sulle rivoluzioni e Otto giorni dedicati ai liberali illusi, Solfanelli, Chieti 2020, p. 168, € 14
Recensione di Giovanni D’Alessandro
Chi era Monaldo Leopardi? Era il padre del poeta Giacomo e c’è da giurare che moltissimi lo sappiano, magari sulla base di memorie scolastiche, insediatesi nei verdi anni grazie anche a un nome così inusuale e a un cognome così conosciuto. Il “signor padre” (1776-1847) – come lo chiamava con riverenza Giacomo nella corrispondenza intercorsa tra loro, dopo che il poeta aveva finalmente lasciato, a 27 anni, Recanati – era figlio del conte Giacomo (del quale darà al proprio primogenito il nome) e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, primo anch’egli dei discendenti d’una delle famiglie più illustri della Marca Pontificia. Orfano dai 4 anni, affidato a una tutela familiare, istruito da un precettore gesuita, Monaldo fu costretto a cimentarsi con l’amministrazione dei beni ereditari già prima dei vent’anni, con risultati disastrosi; che costrinsero, dopo il suo matrimonio nel 1797 con la marchesa Adelaide Antici – madre del poeta –, tanto la moglie quanto i parenti di lei a ritenere opportuno occuparsi loro dal patrimonio. sollevandone lo sposo e lasciandolo così libero di dedicarsi agli amati studi di filosofia, religione e politica; nonché di attendere alla costituzione della famosa biblioteca di ventimila volumi immortalata dal primogenito come alveo di “studi matti e disperatissimi”.
C’è una
premessa da fare, doverosa soprattutto quando si parla di un poeta d’immensa
fama e grandezza, quale Giacomo: come cioè sia destinato a risultare controverso
ogni riferimento sulla incidenza, nella sua opera, del contesto di provenienza
e formazione; ma con una distinzione rispetto ad altri grandi, che vi sono casi
in cui la famiglia appare meno condizionante e casi in cui si verifica l’ipotesi
opposta.
Nel nostro caso ricorre assolutamente la seconda ipotesi – se mai di persistenza di un milieu d’origine affettivo (anaffettivo?) e formante (deformante?) possa parlarsi per un autore, in quanto sarà il poeta stesso a chiamar dentro alla propria identità tale dominanza con molti riferimenti, di fuga pensosa o sognante (dal “natio borgo selvaggio”, all’”ermo colle”, tempio della evasione/contemplazione cosmica); con accenti addolorati o teneri (dai lunghi anni di rifugio in studi stranianti/strazianti, base della sua grande erudizione, alle prime seduzioni amorose, come forse quella per Silvia); con toni commossi o crudeli (dall’amore per la natura, al vedersi quasi respinto da essa e confinato alla vita di passero solitario, soprattutto per la spietatezza degli esseri umani, che riferendosi al suo aspetto fisico, lo chiamavano il “gobbu de Leopardi”). In queste discrasie comincia a delinearsi gran parte della poetica che renderà universale Giacomo: l’accorata rivendicazione, propria d’ogni uomo, di una identità promessa e poi negata dalla vita. Tutti sono Giacomo Leopardi. Il suo dolore è universale e reagisce persino alla – pur doverosa – operazione di iconizzarsi nella etichetta di “pessimismo”. Il suo grido, la sua incontenibile forza nel trasferirsi al mondo attraverso parole di suprema bellezza sono senza spazio e senza tempo.
Ebbene quanta
parte ebbe Monaldo Leopardi nel creare, non solo nel generare, il nostro Giacomo?
Molta. A capirlo aiuta la riedizione del libro di Monaldo Catechismo sulle
rivoluzioni pubblicato poche settimane fa da Solfanelli (postfazione di
Francesco Maurizio di Giovine, p. 161, € 14), a cura di Gianandrea de
Antonellis, già curatore quest’ultimo, per lo stesso editore, del volume sui
più noti Dialoghi del conte padre; e qui intento a riproporre, sotto un
unico titolo, in realtà due sue opere, il Catechismo del 1831 e gli Esercizi
spirituali del 1832. Per rigore di restituzione storica de Antonellis è
abbastanza benevolo con Monaldo – ad esempio nel dar conto di come sia stato un
intellettuale di prestigio con un seguito anche fuori della Marca Pontificia, quale
saggista e giornalista, pur costantemente aggregato alla parte più
tradizionalista del pensiero antiliberale sullo stato e anzi vessillifero della
stessa, almeno quanto il principe di Canosa, alla guida di un gruppuscolo di
alti prelati e nostalgici; quanto mai reattivo rispetto alle inquietudini della
rivoluzione francese; negatore di ogni accelerazione di processo da essa portata
o palesata; asserragliato nel rivendicare la derivazione divina del magistero e
del potere anche temporale dei papi, su posizioni imbarazzanti persino per
questi ultimi, costretti poi a prenderne le distanze. Nessuna luce, dunque, per
il terribile Monaldo, dall’illuminismo; blasfeme eresie gli scismi e gli
avanzamenti dello stesso pensiero cattolico verso un recupero dell’originario spirito
evangelico; identificazione della rivoluzione in terrore e bagno di sangue; culto
incondizionato dell’Ordine, da far regnare su libertà, fraternità e uguaglianza.
Sulla retrività di tali posizioni de Antonellis non fa sconti – al di là di
qualche tratto di percepibile simpatia – a questa figura irriducibilmente legata
a un passato forse reale, forse immaginato già al tempo del figlio Giacomo; aprendo
anche a noi – sedotti dalla contemplazione senza tempo della condizione umana fissata
ne La ginestra – una pagina preziosa per capire da quali angusti
ambulacri familiari, con sofferenza percorsi, si siano dischiusi al mondo gl’”interminati
spazi” del “pensier” suo.
Giovanni D'Alessandro
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