venerdì 12 giugno 2020

La formación del pensamiento político del Carlismo (1810-1875)

Alexandra Wilhelmsen, La formación del pensamiento político del Carlismo (1810-1875), Actas Historia, Madrid 19982, p. 616, s.i.p.


Il saggio di Alexandra Wilhelmsen, frutto di approfondite ricerche durate un ventennio, è un tentativo riuscito e brillante di sistematizzare l’ideologia della controrivoluzione spagnola nel lungo arco di tempo che intercorre tra le cortes di Cadice, da cui sfociò la Costituzione del 1812 e la fine della terza guerra carlista. Impostato cronologicamente, il saggio segue lo sviluppo del pensiero carlista: fin dall’occupa­zio­ne francese, ma soprattutto a partire dalla prima guerra carlista, i legittimisti spagnoli svilupparono il nucleo dottrinale elaborato dai monarchici tradizionalisti durante il regno di Ferdinando VII. Di fatto, non ne rifiutarono alcun punto di partenza, né aggiunsero alcun ulteriore concetto essenziale. Ciononostante, la sua ideologia non era predeterminata alla morte del monarca, poteva evolversi in direzioni diverse, e il passare del tempo ha solo accentuato alcuni passaggi, mentre altri venivano gradualmente dimenticati. Vale a dire che il nucleo dottrinario carlista fu ereditato dal realismo politico del tempo di Ferdinando VII e la questione successoria trovò in Don Carlos un difensore di quel pensiero tradizionale, molto diffuso in tutto il Paese, che, al tempo di Carlo VII, si era perfettamente sviluppato e dottrinalmente delineato lungo quasi mezzo secolo da generazioni di pensatori che individuarono quali elementi considerare fondamentali e quali accessori, nonché come adattare i postulati più importanti alle diverse situazioni politiche e sociali che si andavano a mano a mano delineando, traducendo in termini più concreti alcune idee eccessivamente astratte e mettendo in secondo piano elementi minori. Ciò avvenne in particolar modi quando, durante la terza guerra carlista, governò direttamente i territori della Spagna settentrionale.

venerdì 24 gennaio 2020

Intorno a Napoletanità di Gigi Di Fiore


Intorno a Napoletanità di Gigi Di Fiore


Gigi Di Fiore, Napoletanità. Dai Borbone a Pino Daniele viaggio nell’anima di un popolo, UTET, Milano 2019, p. 382, € 18

Si inizia dalla constatazione di un paradosso: quanti scrittori ed artisti napoletani, magari passati alla storia come cantori della napoletanità, hanno preferito vivere lontano dalla propria città? «Si può essere napoletani, orgogliosi di esserlo, innamorati della città, ma trovare insopportabile viverci» (p. 12). È stato il caso – a cui Di Fiore dedica molto spazio – di Pino Daniele, che ha preferito trasferirsi prima a Formia e poi in un paese della Maremma, dove addirittura ha chiesto di essere sepolto; ma nei decenni è stato il caso di Totò, dei fratelli De Filippo, di Raffaele La Capria, di Riccardo Pazzaglia…
A quattro anni da La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista (Utet, Torino 2015), Gigi Di Fiore torna sul concetto di appartenenza al territorio e alla cultura napoletani e lo fa sottolineando la profonda differenza tra napoletanismo e napoletanità (o napoletaneria): il primo stereotipo deteriore, cui tanti si adeguano «per pigrizia e a volte per interesse» (p. 12); la seconda «l’orgoglio delle proprie radici e la coscienza di avere alle spalle una storia antica» (ibidem).
Per approfondire questa dicotomia, l’Autore ripercorre tre secoli di storia napoletana, partendo dall’arrivo di Carlo di Borbone (che sarebbe il caso di iniziare a chiamare direttamente Carlo VII di Napoli e V di Sicilia), ma non manca di accennare la fondamentale importanza dei due secoli precedenti, quelli passati in unione con la Spagna: un’unione tanto stretta «che le differenze tra i due centri [Napoli e Madrid] quasi non si distinguevano più» (p. 21). 

martedì 27 agosto 2019

Il sogno della Storia


La narrativa come strumento educativo

Ci sono più persone che conoscono le vicende storiche attraverso opere di fantasia che attraverso la lettura di saggi. Ad esempio, la guerra di secessione americana (1861-1865) è più nota al grande pubblico attraverso film come Nascita di una nazione (The Birth of a Nation) di David W. Griffith (1915), pietra miliare della cinematografia statunitense, e Via col vento di Victor Fleming (1939) – e naturalmente, almeno per il pubblico americano, dai romanzi ispiratori di tali pellicole, The Clansman: A Historical Romance of the Ku Klux Klan (1905) di Thomas Dixon Jr. e Gone with the Wind (1936) di Margaret Mitchell – anziché dalla lettura di saggi storici incentrati su una fredda sequela di date e più o meno lunghe trascrizioni di documenti.
Così, per affrontare la storia della nascita di Fabrizia, oggi piccolo comune in provincia di Vibo Valentia, più che (od oltre che) a un saggio storico, necessariamente limitato localmente nella diffusione e nella riscossione dell’interesse, conviene invece affidarsi alla lettura di queste pagine che ricostruiscono una storia, vissuta come un sogno dall’io narrante della “cornice” del racconto.

Un romanzo contro la modernità


Libere riflessioni di Aniello Balestrieri
su Non mi arrendo di Gianandrea de Antonellis


Il Trono e l’Altare da un lato. La cosiddetta modernità dall’altro. Non è un banale scontro tra eserciti o fazioni. È il conflitto atavico fra il vecchio e il nuovo.
L’agricoltore Caino che uccide il pastore Abele. Il popolo di Israele che pretende un re come gli altri popoli coevi (1Samuele 12,12). L’operaio che deride il contadino. L’adolescente (anzi, il teenager) che disprezza i vecchi.
Tutto ciò che è retrogrado per definizione è costretto a subire la damnatio memoriae da parte del nuovo. Il nuovo s’impone come tale attraverso atti di violenza fisica o ideologica chiamati rivoluzioni. Il concetto di rivoluzione è necessariamente positivo per definizione, altrimenti il nuovo non può autogiustificarsi come unica alternativa possibile. Di conseguenza il buono trionfa sul cattivo, in un fatalismo indotto che stride pesantemente con l’ateismo anti-superstizioso dei liberali, in un circolo vizioso argomentativo che puntualmente non viene notato.

martedì 13 agosto 2019

La società tradizionale e i suoi nemici


Recensione a: 

José Miguel Gambra, La sociedad tradicional y sus enemigos, Guillermo Escolar, Madrid 2019, p. 238, € 15


Una sintesi efficacissima del pensiero politico tradizionale, definita «il libro dell’anno e un libro per molti anni» dal periodico "Las Libertades" e «un libro per dissidenti autentici e non di facciata» dallo scrittore cattolico Juan Manuel de Prada. E la lettura non delude le aspettative. L’autore è José Miguel Gambra, nato a Pamplona nel 1950, è ordinario di Logica presso l’Università Complutense di Madrid e, dal 2010, Capo delegato della Comunione Tradizionalista, come lo fu il padre, Rafael Gambra (1920-2004), illustre docente universitario e filosofo neotomista.
Il testo – ci avverte l’autore – non è una confutazione estemporanea dell’opera di Popper La società aperta e i suoi nemici, saggio che si è limitato a suggerire il titolo della presente opera: i nemici della società tradizionale sono, infatti, sia la “società aperta” che i suoi nemici, essendo sia il liberalismo che il totalitarismo due facce della stessa medaglia.

domenica 3 febbraio 2019


Una resistenza dimenticata

Tradizionalisti martiri del terrorismo dell'ETA


Recensione al saggio di Víctor Javier Ibáñez, Una resistencia olvidada. Tradicionalistas mártires del terrorismo, Auzolan, s.l., s.d. (ma: Bilbao, 2017), p. 230, € 22


Attentati contro abitazioni, giornali e monumenti sacri; minacce, aggressioni, assassini e trasferimenti forzati… Quello tradizionalista è stato il gruppo politico che più ha sofferto a causa del terrorismo separatista basco. L’ETA, esaltata dalla cultura progressista italiana a causa delle comuni radici marxiste, non colpì solo obiettivi del “centralismo” statale, bensì anche carlisti, conscia che proprio in questi ultimi avrebbe trovato avversari ancor più temibili, in quanto capaci di sottrarre consensi all’ideologia separatista basca. Il Carlismo, infatti, incarna il più puro tradizionalismo cattolico e monarchico ed il suo ideario è sintetizzato nel motto «Dio, Patria, Fueros e Re», dove i Fueros rappresentano il diritto consuetudinario – che anche il Re deve osservare – e quindi il rispetto delle tradizioni giuridico-politiche locali. Di fatto un’ampia autonomia amministrativa, pur se all’interno della Patria e, naturalmente, della Religione (l’unica vera).

lunedì 26 novembre 2018

Il Carlismo

Francisco Elías de Tejada, Francisco Puy Munoz, Rafael Gambra Ciudad, Il Carlismo, «Collana di Studi Carlisti», 1, Solfanelli, Chieti 2018, p. 184, € 15

Don Carlos V! Chi era costui? Il nome “Don Carlos” suscita nel lettore di cultura italica più suggestioni letterarie e soprattutto musicali che storiche. La figura del primo figlio di Filippo II (volutamente falsata da Schiller in chiave antispagnola ed immortalata dall’opera lirica di Giuseppe Verdi) rischia di eclissare quella, ben più rilevante dal punto di vista storico e fondamentale da quello dottrinario, di Don Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, dal cui nome nasce il movimento politico, culturale e dottrinario che, fino ai nostri giorni è presente soprattutto in Spagna, ma anche nel resto del mondo.
Già, perché il Carlismo non è un movimento sorto per difendere i diritti dinastici di uno o di un altro pretendente, bensì per battersi in favore di un Ordine tradizionale, legato alla religione cattolica, alla monarchia tradizionale (cioè non liberale né assoluta), rispettoso della Terra dei padri (che non si identifica con la nazione) e dei diritti tradizionali di ciascuna terra (la Corona spagnola, tanto spesso calunniata, manteneva intatte le diverse leggi di ciascun Regno, senza imporre una legislazione “sovranazionale”, come pretende di fare adesso la Comunità Europea).