martedì 27 agosto 2019

Un romanzo contro la modernità


Libere riflessioni di Aniello Balestrieri
su Non mi arrendo di Gianandrea de Antonellis


Il Trono e l’Altare da un lato. La cosiddetta modernità dall’altro. Non è un banale scontro tra eserciti o fazioni. È il conflitto atavico fra il vecchio e il nuovo.
L’agricoltore Caino che uccide il pastore Abele. Il popolo di Israele che pretende un re come gli altri popoli coevi (1Samuele 12,12). L’operaio che deride il contadino. L’adolescente (anzi, il teenager) che disprezza i vecchi.
Tutto ciò che è retrogrado per definizione è costretto a subire la damnatio memoriae da parte del nuovo. Il nuovo s’impone come tale attraverso atti di violenza fisica o ideologica chiamati rivoluzioni. Il concetto di rivoluzione è necessariamente positivo per definizione, altrimenti il nuovo non può autogiustificarsi come unica alternativa possibile. Di conseguenza il buono trionfa sul cattivo, in un fatalismo indotto che stride pesantemente con l’ateismo anti-superstizioso dei liberali, in un circolo vizioso argomentativo che puntualmente non viene notato.
Luigi Vinciguerra è un peccatore, non veniale ma mortale. Non si è schierato con i vincitori, di conseguenza è uno dei cattivi. Si ostina a difendere il Trono. Si ostina a difendere l’Altare. Si ostina a ritenere il Regno di Sardegna invasore piuttosto che liberatore/civilizzatore. Come Pino Lancia (L’alfiere). Come Ugo Navarra (L’eredità della priora). Come ai suoi tempi Fabrizio Ruffo. Come il Sergente Romano. Come tutti i “cattivoni anti-patriottici”, veri o fittizi.
Non mi arrendo non è un contorno alla proto-narrativa revisionista di Carlo Alianello. È un’opera con un linguaggio proprio, agevole e volutamente “vecchio”, che rifiuta gli standard della narrativa moderna e si comporta come se nulla fosse stato scritto dopo il 1899.
I personaggi del romanzo hanno una forma mentis “retrograda”: ragionano vincolati alla morale, prigionieri dell’etica, schiavi del senso del dovere, nemici di ogni forma di edonismo, il cui Es – per usare un linguaggio psicanalitico – è costantemente tenuto al guinzaglio dal loro invincibile Super-Io. Mica come l’uomo moderno, libero, individualista, cresciuto a “Monopoli”, marxismo e scuola storica hollywoodiana?!
Il romanzo si lascia divorare, tra luoghi fisici di un’ex Arcadia divorata dalla troppa libertà e luoghi mentali impregnati di “buonismo” all’antica, cioè di tutto ciò che ha consentito alla specie umana di rallentare il più possibile un immancabile processo di auto-estinzione.
Non c’entra niente il borbonismo alla moda. Non c’entra niente la presunta nostalgia di ciò che non si è mai vissuto. Vinciguerra s’impone come la Covadonga della normativa valoriale, senza la quale oggi si è tutti incanalati in un processo di anarchia non dichiarata di inferno amorale.
Non ci sono descrizioni di battaglie, perché non è uno scritto di avventura. Non vi sono punte di erotismo perché non è un romanzo di attivazione fisiologica. Non ci sono lunghi sermoni di lezioni storiche perché si dà per scontata la sia pur minima capacità di giudizio critico da parte di chi legge. Vi è un apparente paradosso di pessimismo contornato da relativo lieto fine, che a mio avviso rappresenta l’autentico messaggio veicolato dall’Autore : la Storia è ciclica oltre che Maestra di Vita. Altrimenti non avrebbero motivo di esistere damnatio memoriae e propaganda storica gestita dagli accademici di regime. Le rivoluzioni avvengono a segmenti, ma il processo non è necessariamente irreversibile, seppur proponendosi come “naturale” rispetto all’istintiva natura individualista dell’homo oeconomicus. Ha sempre senso difendere i propri principi dalle accuse di “arretratezza”, a costo di incartarsi nel ruolo di nemici della Storia.
La controrivoluzione (a segmenti) ha sempre motivo di esistere. Come Vinciguerra, come Lancia, come Borjes, come Navarra, come Ruffo, ogni sostenitore di Trono e Altare dovrebbe quotidianamente essere orgoglioso del proprio status retrogrado, ed infilarsi cronicamente e senza via d’uscita in una logica di pensiero e d’azione che reciti «Non mi arrendo».

Aniello Balestrieri


Gianandrea de Antonellis, Non mi arrendo, Controcorrente, Napoli 2006 (prima edizione: 2001), p. 230, € 12

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