Libere riflessioni di Aniello Balestrieri
su Non
mi arrendo di Gianandrea de Antonellis
Il Trono e l’Altare da un lato. La cosiddetta modernità
dall’altro. Non è un banale scontro tra eserciti o fazioni. È il conflitto atavico
fra il vecchio e il nuovo.
L’agricoltore Caino che uccide il pastore Abele. Il popolo
di Israele che pretende un re come gli altri popoli coevi (1Samuele 12,12).
L’operaio che deride il contadino. L’adolescente (anzi, il teenager)
che disprezza i vecchi.
Tutto ciò che è retrogrado per definizione è costretto a subire
la damnatio memoriae da parte del
nuovo. Il nuovo s’impone come tale attraverso atti di violenza fisica o ideologica
chiamati rivoluzioni. Il concetto di rivoluzione è necessariamente positivo
per definizione, altrimenti il nuovo non può autogiustificarsi come unica
alternativa possibile. Di conseguenza il buono trionfa sul cattivo, in un
fatalismo indotto che stride pesantemente con l’ateismo anti-superstizioso dei
liberali, in un circolo vizioso argomentativo che puntualmente non viene
notato.




