domenica 3 febbraio 2019


Una resistenza dimenticata

Tradizionalisti martiri del terrorismo dell'ETA


Recensione al saggio di Víctor Javier Ibáñez, Una resistencia olvidada. Tradicionalistas mártires del terrorismo, Auzolan, s.l., s.d. (ma: Bilbao, 2017), p. 230, € 22


Attentati contro abitazioni, giornali e monumenti sacri; minacce, aggressioni, assassini e trasferimenti forzati… Quello tradizionalista è stato il gruppo politico che più ha sofferto a causa del terrorismo separatista basco. L’ETA, esaltata dalla cultura progressista italiana a causa delle comuni radici marxiste, non colpì solo obiettivi del “centralismo” statale, bensì anche carlisti, conscia che proprio in questi ultimi avrebbe trovato avversari ancor più temibili, in quanto capaci di sottrarre consensi all’ideologia separatista basca. Il Carlismo, infatti, incarna il più puro tradizionalismo cattolico e monarchico ed il suo ideario è sintetizzato nel motto «Dio, Patria, Fueros e Re», dove i Fueros rappresentano il diritto consuetudinario – che anche il Re deve osservare – e quindi il rispetto delle tradizioni giuridico-politiche locali. Di fatto un’ampia autonomia amministrativa, pur se all’interno della Patria e, naturalmente, della Religione (l’unica vera).

lunedì 26 novembre 2018

Il Carlismo

Francisco Elías de Tejada, Francisco Puy Munoz, Rafael Gambra Ciudad, Il Carlismo, «Collana di Studi Carlisti», 1, Solfanelli, Chieti 2018, p. 184, € 15

Don Carlos V! Chi era costui? Il nome “Don Carlos” suscita nel lettore di cultura italica più suggestioni letterarie e soprattutto musicali che storiche. La figura del primo figlio di Filippo II (volutamente falsata da Schiller in chiave antispagnola ed immortalata dall’opera lirica di Giuseppe Verdi) rischia di eclissare quella, ben più rilevante dal punto di vista storico e fondamentale da quello dottrinario, di Don Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, dal cui nome nasce il movimento politico, culturale e dottrinario che, fino ai nostri giorni è presente soprattutto in Spagna, ma anche nel resto del mondo.
Già, perché il Carlismo non è un movimento sorto per difendere i diritti dinastici di uno o di un altro pretendente, bensì per battersi in favore di un Ordine tradizionale, legato alla religione cattolica, alla monarchia tradizionale (cioè non liberale né assoluta), rispettoso della Terra dei padri (che non si identifica con la nazione) e dei diritti tradizionali di ciascuna terra (la Corona spagnola, tanto spesso calunniata, manteneva intatte le diverse leggi di ciascun Regno, senza imporre una legislazione “sovranazionale”, come pretende di fare adesso la Comunità Europea).

domenica 23 settembre 2018

Enrico Maria Radaelli, A
l cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo

Recensione di Corax Anglicus


Il Pontefice Benedetto XVI è stato senza dubbio un papa amabile, e giustamente amato da gran parte dell’orbe cattolico. L’inoppugnabile integrità personale, la figura veneranda, il volto sereno, il sorriso buono, l’indole, pare, mite, la fama stessa di insigne teologo, vedremo quanto meritata, gli hanno indubitabilmente accattivato gli animi e a buon diritto conquistato il rispetto e l’amore del suo gregge. Il suo atteggiamento equilibrato, fin da prefetto dell’ex Santo Uffizio, un po meno bonariamente indulgente verso i novatori neomodernisti, un po’ meno inflessibile verso i cattolici leali amici della Tradizione; la sua lotta indefessa, da Pontefice, contro l’indifferentismo; il suo stesso rispetto per la Tradizione e le tradizioni della Chiesa e per il latino, sua propria lingua; quel minimo di pompa rispolverato per adornare le solenni cerimonie del maggior tempio del mondo; il veramente generoso motu proprio a sostegno della Messa cosiddetta tridentina; unito agli attacchi martellanti della stampa secolare e alle critiche dei cosiddetti progressisti; lo hanno fatto apparire agli occhi delle anime timorate un vero e proprio campione dell’ortodossia e ne fanno tuttora da molti sinceramente rimpiangere il pontificato. 

martedì 27 febbraio 2018

Finalmente in lingua italiana gli “Escolios” di Gómez Dávila in versione integrale

Nicolás Gómez Dávila, Escolios a un texto implícito, Gog, Roma 2017, p. 440, € 15

«Gómez Dávila non è politicamente scorretto, ma di più, metafisicamente scorretto, con eleganza». La massima di Marcello Veneziani a proposito dello scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 – 17 maggio 1994) potrebbe provenire da uno degli innumerevoli Escolios a un texto implícito che la coraggiosa casa editrice romana Gog ha iniziato a riprodurre integralmente. Opera in cinque volumi apparsi tra il 1977 e il 1992, di cui il pubblico di lingua italiana ha potuto assaporare solo tre brevi antologie, due delle quali pubblicate da Adelphi (In margine a un testo implicito, Milano 2001; Tra poche parole, 2007) e una da Ar (Pensieri antimoderni, Padova-Salerno 2008), sarà editorialmente completata con uscite previste ogni sei mesi.
Etichettato – non senza una certa faciloneria – come “il Nietzsche della Colombia” o un “Cioran più salubre e meno nichilista”, Gómez Dávila fu quello che si può definire – ed egli stesso si definiva – un reazionario puro.

martedì 17 ottobre 2017

Il palindromo di Maurensig

Il palindromo di Maurensig


Leggo un romanzo di Paolo Maurensig, L’oro degli immortali, interessante anche se non all’altezza delle sue opere migliori – un po’ troppo commerciale, oserei dire – e mi imbatto in una frase:
Osservai la soglia, che recava il solito palindromo: Si sedes non Is, ovvero «Se siedi non procedi», ma anche «Se non siedi procedi».[1]
Storco un po’ il naso: possibile che un autore raffinato come Maurensig possa incappare in un errore simile, utilizzando il termine palindromo (parole che lette al contrario mantengono lo stesso significato) al posto di bifronte (parole che lette al contrario hanno senso compiuto, ma diverso)?

sabato 1 luglio 2017

“Una d’arme, di lingua, d’altare”? Considerazioni sull’identità italiana pre- e post-risorgimentale

di Gianandrea de Antonellis


Una gente che libera tutta
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
conte Alessandro Manzoni, Marzo 1821

La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.
conte Klemens von Metternich (2 agosto 1847)

Un’Italia senza gli Italiani?

A proposito del rapporto tra Italia ed Italiani, due frasi famose si contrappongono: una di Massimo d’Azeglio (1798-1866) e una di Salvator Gotta (1887-1980).
La prima – forse apocrifa[1] – recita: «pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani», segno che il Risorgimento aveva agito politicamente, ma non socialmente; l’altra afferma: «Dell’Italia nei confini | son rifatti gl’Italiani | li ha rifatti Mussolini | per la guerra di domani»[2] e individua nel Ventennio fascista il momento in cui il desiderio risorgimentale di unificazione territoriale si sposò con l’effettiva unità di sentimento della popolazione. È noto che il culmine di tale sentimento fu provvisoriamente raggiunto nel 1936 con la proclamazione dell’Impero[3], ma è altrettanto noto che nemmeno dieci anni dopo tutto era crollato: il secolo del Fascismo[4], durato solo un quarto di secolo (peraltro ben più – sia nelle prospettive che nella concreta realizzazione – dei dodici anni del Reich “millenario”), il sogno imperiale italiano, l’unità dei popoli della penisola, usciti da una sanguinosa guerra civile e pronti a perpetuare ferocemente la divisione, su basi politiche anziché territoriali[5], grazie al regime democratico.
Morto (politicamente) Mussolini, sono morti anche gli Italiani: non ce ne si è accorti subito, ma poco alla volta il disgregamento è parso sempre più evidente[6]. Prima di giungere ai fenomeni leghista (maggioritario in alcune regioni del Nord) e neoborbonico (quest’ultimo invece privo di qualsiasi riscontro elettorale), già negli anni Settanta gli opposti estremismi si caratterizzavano a Sinistra per l’internazionalismo sovietizzante, a Destra per un europeismo che, senza celare una subordinazione culturale nei confronti del nazionalsocialismo tedesco (in realtà del cesarismo hitleriano, preferito a quello mussoliniano[7]), considerava l’Italia una nazione tornata ad essere la semplice ed imbelle “Italietta” di epoca liberale.
Il disprezzo per lo Stato italiano, necessariamente identificato nei suoi traballanti governi[8] asserviti a potenze straniere (ieri Israele e gli Usa, oggi l’Ue, Israele e gli Usa), si riversa contro l’italianità in genere: contro la cultura, accusata di essere provinciale; contro l’uomo medio, imputato di essere vigliacco ed egocentrico (non a caso la macchietta interpretata in vari film da Alberto Sordi era definita “l’Italiano medio”[9]); contro la mentalità del “tengo famiglia” se non quella, criptomafiosa, del “fatti i fatti tuoi”.
L’Italia di Lissa, di Adua, di Caporetto e dell’8 Settembre, incapace – e soprattutto senza desiderio – di combattere si rispecchia in questo stereotipo, esaltato dalla narrativa e dalla cinematografia[10] quasi per “purificarsi” dalla retorica eroico-militarista del Ventennio fascista[11].
Una contro-retorica (non una anti-retorica, bensì una retorica al contrario) che nel corso degli anni è però riuscita a plasmare le nuove generazioni, assolutamente pacifiste (anche se non pacifiche) ed edoniste, che rifiutano “senza se e senza ma” la guerra, ma non la droga; che amano il rischio della velocità e dello sballo post-discoteca; che sono anche capaci – imbottiti di stupefacenti – di brandire un estintore e tentare di rompere la testa ad un carabiniere, ma si stracciano le vesti se il militare in questione osa difendersi[12].

giovedì 4 maggio 2017

Il seminarista rosso. L’infiltrazione marxista nella Chiesa

Gianandrea de Antonellis

Il seminarista rosso

L’infiltrazione marxista nella Chiesa


Una volta c’erano i preti operai: oggi quegli
stessi preti sono diventati vescovi.
Paolo Ferrante, 1990.

Secondo Stalin, la forza politica più pericolosa 
per i comunisti è la Chiesa cattolica,
e per colpire questo temibile «avversario» 
suggerisce di «non attaccare» direttamente 
la religione, ma le sue organizzazioni.[1]


La deriva modernista della Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Ma, nonostante la distruzione dei dogmi, dei princìpi, dei simboli sia costante, nessuno interviene. E nessuno, soprattutto, la denuncia per quello che è: l’imporsi di una dottrina già ufficialmente condannata da San Pio X nell’enciclica Pascendi (1907). Dal Vaticano II in poi il modernismo, sotto diverso nome, senza mai usare questo termine, perché avrebbe esplicitato l’eresia sottintesa allo strombazzato “spirito del Concilio”, ha imperato nella vita ecclesiastica: introduzione del Novus Ordo, abolizione dei paramenti, introduzione della tavola eucaristica di fronte (ma più spesso al posto) dell’altare principale ed eliminazione (cioè, distruzione) di quelli laterali, eliminazione della balaustra e conseguente banalizzazione dell’eucarestia (comunione nella mano o sotto le due specie), sostituzione dei canti gregoriani con canzonette pop, chitarre al posto dell’organo, etc.
Come tutto questo sia stato possibile in pochi decenni sembra incredibile, ma diventa perfettamente comprensibile se lo si considera non un frutto del caso (o meglio del caos) introdotto dalla voluta ambiguità[2] dei documenti conciliari, bensì come un progetto che parte da lontano (dagli anni Trenta) e che nel Concilio ha visto un fondamentale punto di svolta.
Ogni effetto ha una propria causa: del resto la punta dirompente della lancia rivoluzionaria non avrebbe la sua forza se non fosse innestata su un’asta composta dalle varie stratificazioni del pensiero pre-rivoluzionario.