Ogni anno, il 4
novembre, nel subcontinente europeo hanno luogo due celebrazioni distinte. I due
anniversari non potrebbero essere più diversi. Da una parte, a Roma, la repubblica
italiana fa sfilare le sue bandiere e tiene i suoi discorsi per la cosiddetta “giornata
dell’unità nazionale e delle forze armate”. Oggi, primo novembre 2026, nelle
strade di tanti comuni italiani è già iniziata l’esposizione di emblemi
rivoluzionari…con tre giorni di anticipo.
Dall’altra
parte, ci siamo noi carlisti, fedeli a SAR Don Sixto Enrico di Borbone, che il
4 novembre di ogni anno ricordiamo il giorno in cui la dinastia legittima è
onorata sotto la protezione di San Carlo Borromeo. Come sempre, ci sono due
visioni del mondo contrapposte: una che si fonda sull’usurpazione, l’altra sulla fedeltà.
Si vorrebbe far tornare di moda la festa “italianissima”, che i nazionalisti vorrebbero celebrare con tanta solennità, ma è impossibile. Il 4 novembre 1918, l’Italia firmò l’armistizio di Villa Giusti e pose fine a quella che definì la Grande Guerra. Da allora, quella data è diventata il simbolo di una “unità nazionale” che, a ben guardare, secondo le folli logiche sovvertitrici del nazionalismo non è nemmeno compiuta. I nazionalisti “costituzionalisti” (moderati, talvolta anche elettori di sette progressiste) parlano di “patria unita”, ma si guardano bene dal ricordare che i confini del (cosiddetto) regno d’Italia uscito dalla vittoria del 1918 erano più ampi di quelli dell’attuale repubblica. La cosiddetta “Venezia Giulia”, l’Istria, Fiume, Zara, le isole del Quarnaro: sono territori che il regno d’Italia, traditore dei suoi alleati, aveva rivendicato e che la repubblica, con i trattati del secondo dopoguerra, ha ceduto o abbandonato. E allora di quale “unità” si favoleggia? Di un’unità “mutilata”, ridotta e rinnegata, o di un’unità da conseguire con nuove guerre? La repubblica celebra una vittoria che essa stessa svuota, e chiama “compimento” ciò che è, in realtà, una rinuncia.
Si vorrebbe far tornare di moda la festa “italianissima”, che i nazionalisti vorrebbero celebrare con tanta solennità, ma è impossibile. Il 4 novembre 1918, l’Italia firmò l’armistizio di Villa Giusti e pose fine a quella che definì la Grande Guerra. Da allora, quella data è diventata il simbolo di una “unità nazionale” che, a ben guardare, secondo le folli logiche sovvertitrici del nazionalismo non è nemmeno compiuta. I nazionalisti “costituzionalisti” (moderati, talvolta anche elettori di sette progressiste) parlano di “patria unita”, ma si guardano bene dal ricordare che i confini del (cosiddetto) regno d’Italia uscito dalla vittoria del 1918 erano più ampi di quelli dell’attuale repubblica. La cosiddetta “Venezia Giulia”, l’Istria, Fiume, Zara, le isole del Quarnaro: sono territori che il regno d’Italia, traditore dei suoi alleati, aveva rivendicato e che la repubblica, con i trattati del secondo dopoguerra, ha ceduto o abbandonato. E allora di quale “unità” si favoleggia? Di un’unità “mutilata”, ridotta e rinnegata, o di un’unità da conseguire con nuove guerre? La repubblica celebra una vittoria che essa stessa svuota, e chiama “compimento” ciò che è, in realtà, una rinuncia.
Ma, ovviamente,
per i tradizionalisti non è questo il punto: la vera contrapposizione non è tra
confini e confini, non è il feticcio delle nazioni e dei nazionalismi. La battaglia è, e resterà, tra
legittimità e usurpazione. La repubblica italiana, nata dall’ennesima ferita inferta
a una terra martoriata, quella del 1946, ha scelto di perpetuare la continuità nel
rifiuto dei governi legittimi.
L’Italia
rivoluzionaria festeggia un’unità che, in realtà, ritiene di non aver nemmeno mai
posseduto nella sua pienezza, mentre l’unica unità è quella della vera Religione,
contro cui la rivoluzione italiana ha combattuto con ferocia.
I carlisti, il
4 novembre, non celebrano né sacri confini né armistizi di sorta. Celebriamo la
fedeltà. Nel giorno di San Carlo Borromeo, ricordiamo i nostri Re legittimi, dai tempi di Carlo V in lotta contro l’usurpazione, e ribadiamo che la legittimità non si
conquista con un plebiscito né si perde con una sconfitta. Il trono appartiene
alla dinastia legittima, e nulla potrà mai cancellare questa verità.
Viva Cristo
Re! Viva la Monarchia Legittima!
Riccardo Pasqualin

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