lunedì 1 giugno 2026

Il motto «I Simili con i Simili», ripetuto ossessivamente come mantra giustificativo dello Stato assolutista ed opprimenti che controlla la particolare morale di questo mondo alternativo, condanna la sessualità naturale, cioè della natura ferina, comune tra gli animali, contrapponendole il “sano” principio dell’omosessualità, umana e razionale, che, emancipando appunto l’uomo dalle bestie e avvicinandolo all’amore divino, puro e disincarnato dalle necessità di riproduzione, sta alla base della Società dei Simili, che dà titolo alla dilogia che unisce i due romanzi distopici Omocrazia  ed Eterofobia.

Siamo in un mondo parallelo (sullo stile dell’espressamente citato La svastica sul sole, per intenderci, ma che prefigura sinistramente una ventura dittatura del gender) in cui la “sacralità” dell’istituzione del matrimonio omosessuale viene contrapposta all’immoralità dei costumi eterosessuali.

Al di là di quelle che sono le vere intenzioni dell’autore – i romanzi non costituiscono una sincera denuncia della dittatura del gender, anzi sono una spassionata difesa della libertà di scelta attraverso l’inversione della realtà del recente passato, attuata attraverso l’ipotesi del what if, ovvero “cosa succederebbe se foste voi ad essere considerati diversi”; i numerosi esergo “omofobi” lo suggeriscono durante tutta la lettura e i ringraziamenti finali al PD e all’Arcigay lo confermano – l’elemento fondamentale sta nel disprezzo per il termine naturale e per il concetto stesso di natura: «la sessualità naturale, comune tra gli animali», è roba da bestie; gli uomini devono elevarsi al di sopra di esse per motivi spirituali («L’amore più puro e disinteressato, l’agape che si contrappone all’eros eterosessuale») e materiali («Se non avessero operato questa scelta, molto tempo fa, l’umanità avrebbe finito per distruggere tutte le risorse del pianeta», sostiene un funzionario del Ministero della Discendenza, addetto alla riproduzione artificiale della vita – concessa, naturalmente – solo a coppie omosessuali salde e sane, per un solo figlio ciascuna).

Il dato di fatto è che solo l’unione tra un uomo e una donna può creare una nuova vita e solo l’unione tra un uomo e una donna è “naturale”. Tutti i tentativi di inversione (il gioco del pallone destinato alle sole ragazze, l’uncinetto e le bambole ai soli ragazzi; questi portati anche nella scrittura all’eleganza e ai ghirigori, le altre concrete e sintetiche) cozzano con la realtà. Infatti, anche nel matrimonio omosessuale di questa Società dei Simili, ci si deve inventare comunque un maschio e una femmina, un ruolo maschile e uno femminile, uno dominate e uno passivo, il “coniuge” che lavora e quello che sta a casa (definiti erómenos ed erastes nella coppia di uomini ed eispnelas ed aitesin in quella delle donne).

Qui fallisce il “gioco” di Bernasconi, che finisce per annoiare il lettore, proponendogli una lunga lista di storielle di “invertiti” (soprattutto eterosessuali, ma c’è anche un transessuale) con lo scoperto tentativo di far comprendere al lettore “normale” (o meglio omofobo, ma sarebbe più corretto il termine miso-omo, che però suona veramente male) quanto sia crudele nei confronti dei poveri “diversi”: in un’altra società – lo avverte – ad essere discriminato potresti essere tu; quasi che non esistesse un corredo genetico e la sessualità fosse determinata solo dal fatto che da piccoli si riceva in regalo una scatola di soldatini o un bambola…

E adesso, discriminatemi pure, in nome della libertà di espressione tanto sbandierata.

Luigi Vinciguerra

Adriano Bernasconi, La società dei simili. Romanzo distopico, Gilgamesh, Asola (Mantova) 2022  p. 464, € 24,90

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