martedì 12 maggio 2026

Evola, l’impero e la Serenissima: osservazioni giuste ed errate


Per comprendere la concezione dell’impero e dell’imperialismo nel pensiero di Julius Evola può essere utile la lettura di alcuni suoi scritti solitamente trascurati dai più: gli articoli de «La Torre», quindicinale romano da lui fondato nel 1930 e sopravvissuto per solo dieci numeri.

L’obiettivo della testata era quello di indicare agli italiani quale fosse il “vero tradizionalismo” (dal punto di vista di Evola e dei suoi sodali) e di influenzare almeno una parte degli intellettuali fascisti con la speranza di riorientare il regime. Smessi temporaneamente i panni dell’occultista, il filosofo criticò sia l’ostentato provincialismo di Strapaese che il modernismo futurista, i quali rappresentavano allora due estremi della cultura fascista.

Secondo Evola, il fascismo “ufficiale” era troppo nazionalista e troppo poco impegnato nel ristabilimento della “tradizione”, due attacchi che costituiscono un dato fondamentale per la visione “imperialista” di Evola.

Nel saggio L’idea imperiale (citiamo la raccolta de «La Torre» pubblicata dalla società editrice Il Falco nel 1977) il filosofo analizzò le riflessioni dell’erudito Antonio Bruers (1887-1954) apparse sul numero 3 di Antieuropa, incentrate sul tema dell’impero. Approvò la denuncia di Bruers contro coloro che abusavano irresponsabilmente della parola “impero” senza una preparazione culturale e spirituale, ma polemizzò anche con lo stesso giornalista, di cui rifiutò le tesi.

Per Evola: «La prima cosa da mettere in chiaro, è che il concetto dell’impero non deve esser depotenziato» in una interpretazione astrattisticamente formale, e l’imperialismo «non può identificarsi al semplice fatto di una egemonia, di un dominio, di una espansione, quale che sia, senza riguardo a ciò che in sede di spirito si realizza per tal mezzo» (op. cit., p. 179). Parole che sembrano anticipare l’atteggiamento con cui, nel 1935, l’Italia fascista invase l’Etiopia, spinta innanzitutto – va riconosciuto – da vuote questioni di prestigio.

L’impero «Non è una specie di sacco nel quale cacciare ogni sorta di cose, un corpo al quale si può aggiungere un’anima qualsivoglia. Invece, esso è vero, quando la sua realizzazione materiale è strettamente corrispondente a quei significati e a quei valori di vita, che fanno parte appunto dell’idea imperiale, e non di altre idee» (ibidem).

L’opuscolo di Lenin L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917) aveva rimesso in discussione il significato del vocabolo imperialismo, concetto negativo per i comunisti, positivo per Evola, il quale dovette però impegnarsi a formulare una sua definizione del termine.

Trovandosi nella stessa situazione, Bruers distinse diversi tipi di impero sulla base della predominanza di uno di questi tre fattori: le armi, l’economia, lo spirito (p. 180).

Il Bruers definisce così l’impero militaresco come oppressione tirannica e l’impero spirituale citando la Chiesa come «esempio quasi unico nella storia» (ibidem). Ciò, ovviamente, infastidì l’anticristiano Evola, ma non è questo il tema del presente articolo.

L’impero basato sull’economia, per Bruers, è quello dei mercanti e dei trafficanti, il quale a giudizio di Evola può chiamarsi impero solo “per ridicolo”, cioè per scherzo: l’impero fondato «sulla potenza commerciale, industriale, produttiva, bancaria» (ibidem). In sintesi, esso è l’imperialismo moderno (quello affermatosi a fine Ottocento): «Che questo sia il solo tipo al quale possa giungere l’idea imperiale di coloro che» considerano la realtà concreta della politica, scrive Evola, «non ci importa proprio nulla» (ibidem).

A questo punto, il filosofo paragona la Serenissima all’Olanda, all’Inghilterra e agli Stati Uniti: «Come alla Venezia e all’Olanda di ieri, così all’Inghilterra e all’America di oggi neghiamo recisamente ogni diritto di comunque rifarsi all’idea, indomabilmente aristocratica e qualitativa, dell’imperialità. […] In ogni modo, per carità, non si parli d’impero in quei casi. Anche il ridicolo ha i suoi limiti, e la lingua ha tanti vocaboli perché vi sia proprio bisogno di fare violenza ad alcuni di essi» (ibidem).

Venendo all’idea di impero, in termini storici, gli Accadi, conquistatori di Sumer e della Mesopotamia, furono i primi a forgiare il concetto di impero: un Re che non è anche sacerdote, ma regna per diritto divino e ha il potere militare, e governa su popoli diversi.

Alla luce di ciò, bisogna riconoscere che la Serenissima, l’Olanda e soprattutto gli Stati Uniti non possono essere definiti imperi, anche se spesso vengono usate da storici e divulgatori espressioni come «imperialismo veneziano», «imperialismo olandese», «imperialismo statunitense». Nel secondo e nel terzo caso l’accezione è quasi sempre negativa (secondo la concezione di Lenin), mentre nel caso di Venezia è spesso positiva. Ciò in ragione del “multiculturalismo” veneziano. Secondo Miguel Ayuso, l’impero è innanzitutto relazione di signoria sugli uomini che abitano un determinato territorio (Después del Leviathan?, 1996), una visione veramente imperiale pone gli uomini al di sopra della “nazionalità” unendoli su un piano spirituale. E ciò era vero anche per i dominii veneti.

Senza dubbio Venezia fu una potenza commerciale, ma paragonarla all’egemonia britannica o statunitense dell’era capitalista è un errore. L’assimilazione proposta da Evola ignora infatti la profonda differenza di fondamento storico, spirituale e politico che separa il mondo veneziano dalle potenze capitaliste del Novecento.

Venezia nacque e si sviluppò all’interno della civiltà cattolica e conservò sempre, anche nella sua spregiudicatezza diplomatica e mercantile, un fondamento spirituale e religioso. La Repubblica si percepiva come parte della Cristianità e il suo potere non era concepito dall’ordine sociale che deteneva la sovranità (il Patriziato) come accumulazione illimitata di ricchezza o come puro dominio dei mercati. Il commercio, pur centrale, rimaneva inserito in un ordine politico e valoriale che Venezia riconosceva ancora come superiore alla pura economia. In linea di principio, anche quando Venezia agiva per interesse, lo faceva entro una concezione del mondo in cui Religione, tradizione, diritto e continuità storica mantenevano un valore più alto.

L’accostamento di Venezia all’Olanda da parte di Evola ricalca gli scritti di diversi studiosi del suo tempo e ricorda l’idea di capitalismo raptatorio che Marx nel Capitale associa proprio alla Serenissima e ai Paesi Bassi.

Resta però accettabile da una prospettiva autenticamente tradizionalista, cioè Carlista, il monito evoliano a non usare a sproposito il termine “imperialismo”, ad esempio con l’accezione datagli dal marxismo-leninismo.

Riccardo Pasqualin


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