lunedì 4 settembre 2023

Ordine, Rivoluzione, Controrivoluzione

Una riflessione

di Gianandrea de Antonellis


Spesso si parla di “Rivoluzione e Controrivoluzione”, ponendoli sempre in questa sequenza, corretta ma incompleta.

Infatti, cronologicamente (e logicamente) parlando, la Rivoluzione non è uno stadio iniziale, bensì successivo e contrapposto a uno stato preesistente di Ordine (il kosmos). A differenza di quanto suggerivano i miti greci («Nel principio era il Caos»), la nostra cultura fa iniziare la storia con un concetto opposto: «In principio era l’Ordine», il Kosmos o, evangelicamente, il Logosἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος», recita appunto il prologo o initium Evangelii secundum Ioannem letto quotidianamente nella versione latina al termine di ogni Messa).

L’Ordine, quindi, precede sempre la Rivoluzione (ovvero il disordine). La Controrivoluzione (cioè «il contrario della Rivoluzione e non una Rivoluzione contraria», per citare Joseph de Maistre) segue, cronologicamente (e logicamente) la Rivoluzione, ma non postula altro che un “ritorno all’Ordine”.

Quest’ultimo elemento, la Controrivoluzione, è un aspetto quasi naturale della ricerca dell’Ordine e del conseguente rifiuto del Caos. Infatti, pressoché ovunque la Rivoluzione abbia cercato (spesso riuscendovi pienamente) di distruggere l’Ordine, si è comunque avuto un tentativo di ritornare all’Ordine iniziale[1]: dallo schema classico della tragedia greca alle Insorgenze antigiacobine, alla rottura dell’iniziale situazione di (perlomeno maggiore) serenità segue il tentativo di ristabilire il modello primigenio.

Quindi, anziché della dicotomia “Rivoluzione-Controrivoluzione” si dovrebbe parlare di “Ordine-Rivoluzione” o, meglio, della triade “Ordine-Rivoluzione-Controrivoluzione” oppure “Ordine-Rivoluzione-Antirivoluzione”[2].

Non ci troviamo però di fronte alla classica triade hegeliana di tesi-antitesi-sintesi in cui un elemento genera il proprio opposto e trova alfine una conciliazione con esso: non può infatti esistere alcun compromesso (cioè alcuna sintesi) tra Ordine e Rivoluzione[3].

La sintesi hegeliana tende a uno sviluppo (A-B-C), l’antirivoluzione ad un ritorno alle origini (A-B-A).

Un altro termine usato (in generale in maniera dispregiativa da parte dei rivoluzionari) è quello di Reazione. Il termine, etimologicamente parlando, indica però solo un movimento avverso a quello rivoluzionario, non necessariamente in senso di ritorno alle origini (antirivoluzione): può esistere anche una “reazione rivoluzionaria estremista”, antimoderato nel senso di rifiuto del moderarsi della Rivoluzione.

Va constatato che l’antirivoluzione – storicamente parlando – ha quasi sempre (se non sempre) fallito. Questo perché la Rivoluzione si presenta come un esercito altamente specializzato e addestrato, in cui l’ala dell’estrema sinistra (i progressisti) individua gli obiettivi, la sinistra moderata (i riformisti) conquista le prime posizioni e, mentre riparte verso quelle più avanzate, l’ala destra (i conservatori) le consolida, dicendo ai suoi sostenitori che è meglio rimanere dove si è senza cercare di tornare indietro, perché altrimenti si creerebbe un conflitto, e che è meglio preservare la pace sociale e che è un bene accettare un “male minore”.

Dato che si continua comunque a procedere in direzione del peggio, il male “maggiore” di oggi sarà il male “minore” del domani.

Insomma, anziché un realizzare il ritorno alla situazione originaria (A-B-A), i movimenti controrivoluzionari (dalla Vandea alla Cruzada) hanno al massimo raggiunto l’obiettivo di moderare gli effetti della rivoluzione e spesso di conservarli (A-B-C, se non A-B-B1). Naturalmente, in questo caso parlo degli effetti della lotta controrivoluzionaria, messa in atto in buona fede al fine di ristabilire l’Ordine, non della politica realizzata in malafede dai partiti moderati e conservatori a cui si riferiva il filosofo carlista Jaime Balmes nel suo celebre aforisma: «Il partito conservatore conserva gli effetti della Rivoluzione, quello moderato si limita a moderarne gli impeti»[4].

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A proposito della teoria del male minore: è invalso l’uso di considerare – soprattutto in ambiente sedicente tradizionalista ma in realtà nostalgico-conservatore – come positivo il ritorno al recente passato, spesso oggettivamente migliore del presente, senza rendersi però conto che quel più o meno recente passato è la causa immediata della situazione attuale. Sicuramente, in una situazione di motus in fine velocior, il passato risulta essere preferibile al presente; ma ci si deve rendere conto che postulare il ritorno all’immediato passato non rappresenta la soluzione. Anzi, rischia di essere un grave errore di calcolo, consistente nel confondere la causa con la soluzione, cioè scambiare come possibile rimedio ciò che in realtà non è altro che la causa immediata della soluzione presente.

Forse il concetto è meglio comprensibile ricorrendo a una metafora.

La Rivoluzione è una lancia. Ciò che ferisce è indubbiamente la cuspide, la punta in metallo; ma questa, in sé, non sarebbe tanto pericolosa – perché meno lunga di una daga o di un semplice pugnale, nonché difficilmente maneggiabile – se non fosse connessa al lungo bastone in legno. E questo è il risultato della concrezione degli errori del passato, dal loro successivo sedimentarsi. Il presente ferisce, ma è il passato che le dà forza.

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La rivoluzione francese (spiego più sotto perché ho deciso di scriverlo con la minuscola) fu lo sbocco di un percorso di cui la parte immediatamente precedente era costituita dall’Illuminismo, dal regalismo e, più a monte, dal protestantesimo.

Il Terrore, la sua fase più acuta, fu sicuramente spaventoso, sconvolgente e terrificante quanto si vuole (tanto da essere appunto definito Terrore, ma fu pur sempre la “naturale” conseguenza delle fasi precedenti. O meglio, fu una delle naturali conseguenze dei presupposti illuministici. Avrebbe potuto essere diversa, avrebbe potuto prendere altre direzioni meno sanguinarie, ma – se rimaniamo nel campo delle ipotesi – avrebbe potuto essere anche peggiore, realizzare una più vasta carneficina, riuscire a imporre più a lungo, se non definitivamente la decimalizzazione del sistema di misurazione – non solo quello spaziale metrico, ma anche quello del computo del tempo dell’anno (con l’imposizione dei decadì al posto dei giorni della settimana) e dell’ora (con ore di 100 minuti e minuti di cento secondi) – e soprattutto la decimazione della popolazione, per estirpare la mala pianta di chi solo osava pesare che si potesse continuare a misurare le settimane in sette giorni, magari chiamando i giorni con il Santo che vi era da secoli celebrato…

In ogni caso, rimanendo al dato storico, non si può negare il Terrore non sia la degenerazione del moto rivoluzionario, bensì la sua diretta e inevitabile conseguenza. Altri “Terrori” si sono succeduti ovunque si sia imposta la rivoluzione: alcuni acclarati e riconosciuti da tutti (ancorché spesso guardati con indulgenza e sostanzialmente accettati come “un male necessario per il bene del popolo”) da quello di Stalin in Unione Sovietica a quello di Pol-Pot in Cambogia; altri sono meno noti e – per quanto possibile, nascosti (come avviene con i massacri compiuti dai repubblicani in Spagna; con le epurazioni volute da Allende in Cile; con le stragi commesse dai partigiani rossi in Italia, da Porzûs al Triangolo della Morte) a meno che la matrice, pur se di fatto rivoluzionaria, non si presenti sotto le apparenti vesti della reazione fascista[5].

 

Scrivere “Rivoluzione” o “rivoluzione” francese?

Perché – mi chiedo – scrivere Rivoluzione francese e non, più semplicemente, rivoluzione francese, usando cioè per il sostantivo la minuscola al posto della maiuscola? Perché darle tanta importanza? Quella francese è stata – indubbiamente – la rivoluzione che ha portato maggiore sconvolgimento nella vita del mondo. Scrivere quella parola con la maiuscola, quindi, servirebbe a riconoscere la sua importanza storica e sociale, apparentemente superiore a quella di ogni altro movimento rivoluzionario.

Ma perché scrivo apparentemente? Perché essa è stata solo un episodio (sia pure, al momento il più eclatante e più carico di conseguenza) del lungo e finora inarrestato cammino della Rivoluzione (questa volta scritto appositamente con la maiuscola), che parte dall’Umanesimo e giunge (per ora) al transumanesimo; un percorso di cui fanno parte il nominalismo filosofico e il protestantesimo religioso, le cinque “fratture” che divisero la Cristianità, portando all’indifferentismo e al regalismo, prima di giungere al giacobinismo, non sconfitto ma semplicemente sostituito dal cesarismo napoleonico, altra faccia della stessa medaglia rivoluzionaria.

Peraltro, almeno in quanto a numero di morti, il giacobinismo è stato successivamente superato dal bolscevismo, dal cekismo, dal maoismo, dal comunismo cambogiano e via enumerando… Sono le successive concrezioni che hanno formano l’asta di cui parlavo paragonando la Rivoluzione a una lancia che ci permettono di giungere, ai nostri giorni, all’attuale (formalmente incruenta ma non meno pericolosa) dittatura del relativismo. Ripeto: il presente ferisce, ma è il passato che le dà forza.

Consideriamo le date in cui si espresse la rivoluzione francese propriamente detta:

Breve excursus cronologico

1789

5 maggio: apertura degli Stati generali a Versailles.

17 giugno: il Terzo Stato si costituisce in Assemblea Nazionale: su richiesta del Re si aggiungeranno gli altri due Stati.

9 luglio: l’Assemblea si proclama Costituente.

20 giugno: giuramento della Pallacorda.

14 luglio: presa della Bastiglia.

17 luglio: inizio dell’emigrazione degli aristocratici.

1790

26 febbraio: con un decreto viene abolita l’antica suddivisione della Francia in province e viene attuata la suddivisione amministrativa in Dipartimenti.

12 luglio: approvazione della “Costituzione civile del clero”.

1791

21 giugno: arresto a Varennes del Re e della famiglia reale.

1792

10 agosto: assalto alle Tuileries.

2-7 settembre: massacri di settembre: esecuzione sommaria di 6.000 detenuti, accusati di essere partigiani del Re,

21 settembre: Costituzione dell’anno I e proclamazione della Repubblica.

22 settembre: parte il I anno della Repubblica, che dovrà essere riportato sugli atti pubblici.

19 novembre: la Convenzione dichiara il proprio diritto di intervento “ovunque un popolo voglia conquistarsi la libertà”.

1793

21 gennaio: esecuzione capitale di Luigi XVI.

1º marzo: scoppia l’insurrezione in Vandea;

10 luglio: la Convenzione nomina il Comitato di salute pubblica (nove membri): è l’inizio del Terrore.

17 settembre: “legge dei sospetti”: sono considerati controrivoluzionari tutti gli emigrati e i loro parenti, i nobili e i preti refrattari.

6 ottobre (“15 Vendemmiaio”): entrata in vigore del calendario rivoluzionario, con 12 nuovi mesi di 3 decadi, anziché quattro settimane.

16 ottobre: esecuzione capitale di Maria Antonietta.

1794

8 giugno: festa dell’Essere Supremo per favorire la scristianizzazione.

27 luglio (9 Termidoro): truppe fedeli alla Convenzione occupano l’Hotel de Ville: il giorno dopo Maximilien de Robespierre viene ghigliottinato insieme al fratello Augustin, a Saint-Just ed altri; è la fine del periodo detto Il Terrore.

1795

23 settembre: proclamazione della Costituzione dell’anno III e istituzione del Direttorio

5 ottobre: Insurrezione realista del 13 vendemmiaio: Napoleone, comandante della piazza di Parigi, fa aprire il fuoco sulla folla, causando circa 300 morti tra i controrivoluzionari.

1796

10 aprile: ha inizio la prima campagna d’Italia.

16 ottobre: proclamazione della Repubblica Cispadana (Bologna, Ferrara, Modena e Reggio nell’Emilia).

1797

29 giugno: nasce la Repubblica Cisalpina (ex Ducato di Milano, Bergamasco, Cremonese, Modenese).

17 ottobre: il trattato di Campoformio cede Venezia all’Austria,

1798

5 febbraio: il generale Louis Alexandre Berthier, inviato dal Direttorio, occupata Roma il giorno 11, dichiara decaduto il potere temporale del Papa (Pio VI) e proclama la Repubblica Romana; 500 casse di oggetti d’arte e trenta milioni vengono inviati a Parigi.

5 settembre: coscrizione obbligatoria per tutti i giovani dai 20 ai 25 anni di età (5 anni in tempo di pace e illimitata in tempo di guerra).

1799

22 gennaio – 13 giugno: Repubblica napoletana: circa 1.500 condanne a morte comminate dai suoi tribunali.

9 novembre: colpo di Stato del 18 brumaio: Napoleone scioglie il Direttorio ed il corpo legislativo, istituendo il Consolato.

 

Passeranno meno di cinque anni e il 18 maggio 1804 Napoleone si farà incoronare imperatore. Un imperatore rivoluzionario, certo, ma che mette da parte le allucinanti pretese (calendario rivoluzionario, sistema orario decimale, culto della Dea Ragione e dell’Essere Supremo), pressoché impensabili fino al 1788 e considerati ridicoli già alla caduta di Robespierre. Al decennio giacobino (in realtà un po’ più breve, almeno in Francia: i giacobini italiani del 1799 erano in forte ritardo rispetto agli avvenimenti d’Oltralpe, tanto che gli inviati della Repubblica napoletana non vennero neppure ricevuti a Parigi dagli esponenti del Direttorio, di posizioni più moderate)

Una volta postasi la corona “imperiale” sulla testa, Napoleone inaugurò un decennio di una curiosa “retromarcia” culturale durante la quale, con una mobilità sociale senza precedenti, i suoi accoliti – tutti ex rivoluzionari, rigidamente ugualitari ed indefessamente antimonarchici (e quindi anti-aristocratici) – si resero protagonisti di una scalata senza precedenti a titoli nobiliari (i parenti più stretti di Bonaparte raggiunsero addirittura un serto regale). Effetto evidentemente dell’epidemia di amnesia che colpì la Francia di inizio secolo: si racconta che Bernadotte, sbalzato sul trono di Svezia, non si volesse far visitare dai medici perché aveva tatuato sul corpo la frase «Morte ai Re»…

*          *          *

Insomma, la Rivoluzione è quello spirito di rivolta contro l’Ordine (inveratosi nella Cristianità) che va (attualmente) dall’Umanesimo al transumanesimo. Le rivoluzioni (francese, o bolscevica, del gender, etc.) sono “soltanto” episodi singoli (per quanto di enorme importanza) del processo generale.

Sul termine “rivoluzione”


Che cosa vuol dire rivoluzionario? Il Grande dizionario della lingua italiana, come terzo significato, indica:

Profondamente innovativo nei confronti della tradizione nell’ambito di un’attività artistica, letteraria o speculativa (un concetto, una teoria, un’opera o una sua caratteristica).[6]

Il passaggio del concetto di rivoluzione dalla sfera politica (limitata quindi in particolar modo alla storiografia) a quella artistica e tecnologica (estesa al mondo degli oggetti di uso quotidiano) ha comportato una trasformazione in senso positivo della percezione dell’aggettivo rivoluzionario, non più legato al sommovimento radicale dell’ordine tradizionale, bensì all’innovazione, sottintendendo un intrinseco miglioramento dell’oggetto in questione: novità rivoluzionaria, un tempo quasi sinonimi di cambiamenti dello status quo (ovviamente in peggio – anche il termine novità e il derivato novatori erano considerati sinonimi di cambiamenti indesiderati dell’Ordine), adesso indicano modifiche (naturalmente in meglio)

Rivoluzione e Ordine

Abbiamo già visto come la Rivoluzione (quella con la maiuscola, che va dall’Umanesimo al transumanesimo – almeno per ora) si opponga all’Ordine. Ma ciò che si deve intendere per Ordine, altro non è che l’ordine naturale cristiano, nato dalla fusione della migliore civiltà greco-romana con i principi del Cristianesimo.

La Rivoluzione, dunque, anticristiana di per sé, anche laddove non pretendesse di esserlo, è sempre un male ed è sempre da rifiutare. Essa è sempre e comunque in guerra contro la Cristianità (maior, minor o minima che sia) e l’Ordine cristiano (o ciò che ne resta). In altre parole, rappresenta necessariamente un male ed è sempre un nemico: di conseguenza non esiste – non può esistere – una rivoluzione “buona”, i cui frutti negativi siano solo involontarie conseguenze, degenerazioni non volute.

Il Terrore, giacobino o stalinista che esso sia, non è una degenerazione delle rivoluzioni francese o bolscevica, che in tale distorta visione sarebbero positive – se non addirittura “necessarie” – in partenza e solo successivamente, a causa della malvagità di alcuni dei suoi capi, sarebbero state corrotte. Il Terrore è invece la naturale conseguenza della Rivoluzione, così come i capi di concentramento o la “soluzione finale” non sono un semplice “errore di percorso” bensì la logica conclusione di una mentalità razzista ed eugenetica presente fin dai primordi in coloro che forgiarono l’ideologia da cui nacque il nazionalsocialismo (come la Società Thule, a sua vota “debitrice” della Società Teosofica).

A tal proposito, va compreso come anche certi movimenti che apparentemente si pongono come controrivoluzionari (perché si oppongono agli eccessi rivoluzionari), provengano dalla stessa mentalità rivoluzionaria, anche se sono più moderati (e qui va ribadito il monito di Balmes: «Il partito conservatore conserva gli effetti della Rivoluzione, quello moderato si limita a moderarne gli impeti»).

Gli stessi fascismi europei si consideravano rivoluzionari: quello italiano parlava apertamente di “rivoluzione fascista”[7] e si definiva “secondo risorgimento” (presentandosi quindi come erede della “rivoluzione italiana”). Non è solo una questione di termini: la matrice dei fascismi non è tradizionale, bensì moderna; la provenienza di gran parte dei loro uomini dalla sinistra movimentista, da società segrete (massoneria compresa), da una cultura laicista o da una falsa tradizione ricreata a tavolino[8], in primis quella neopagana – presente soprattutto nel nazismo della mitopoiesi del rito[9] – delle suggestive fiaccolate notturne in occasioni di particolari momenti del calendario solare[10].

Che sia stata di fatto anticristiana (il nazionalsocialismo tedesco), indifferentista od opportunista (il Fascismo italiano, le Croci frecciate ungheresi), apparentemente o dichiaratamente cattolica (il falangismo spagnolo, il rexismo belga, le Blue shirts irlandesi) o cristiana (la Guardia di Ferro rumena), l’ideologia dei movimenti fascisti novecenteschi, eredi dell’hegelismo e dell’esistenzialismo[11], si muove nell’alveo della Rivoluzione, di cui accetta i principi, ponendo la razza (nazismo) o lo Stato (Fascismo italiano) al di sopra di tutto.

Concludiamo ripetendo quanto sosteneva Juan Vázquez de Mella: «non si possono impiccare le conseguenze, dopo aver incoronato le cause».



[1] Questo è avvenuto soprattutto nelle zone di cultura cristiana ed in particolare cattolica: una maggiore acquiescenza si è avuta nel mondo orientale (si pensi alla Cina), la cui religione tradizionale ha portato ad una accettazione quasi indolore della rivoluzione maoista.

[2] Chi propone il termine Anti-rivoluzione indica con la controrivoluzione non un pensiero assoluto, ma solo un’azione – e un pensiero – che si esprime unicamente in seguito alla Rivoluzione stessa e magari per la sola durata di essa. Il termine Antirivoluzione viene invece a coincidere con il concetto di Ordine.

[3] Si potrebbe eventualmente riscontrare un procedimento hegeliano nella triade storica Rivoluzione-Controrivoluzione-Restaurazione, essendo la pretesa “Restaurazione” del 1815 in realtà una mera conservazione dello status quo imposto dalla Rivoluzione, quindi una effettiva sintesi e non un ritorno alle origini. Peraltro va ammesso che – sempre storicamente parlando – molte cosiddette restaurazioni del XIX secolo, essendo in realtà false restaurazioni, si possono considerare come vere e proprie sintesi (in senso hegeliano).

[4] Il testo originale suona: «Al partido de 1833 le bautizaron sus instintos y se llamó moderado; al partido que nace en 1844, partido cuya vida se reconcentra en la grande idea de gobierno, le bautiza su sistema y se llama conservador: el uno estaba destinado a moderar los ímpetus de una revolución osada en sus fines y violenta en sus medios; el otro está destinado a conservar los intereses creados de una revolución consumada y reconocida». Jaime Balmes, El Pensamiento de la Nación (1844), Escritos políticos, tomo III (volumen XXV de las Obras completas), Barcelona, 1926, p. 241, cit. in Miguel Ayuso, Las murallas de la Ciudad, Nueva Hispanidad, Buenos Aires 2001, p. 124.

[5] È comunque risibile – o meglio, lo sarebbe se non si trattasse di atrocità – lo scandalo a cui si abbandonano le vestali dell’antifascismo che condannano i trenta morti causati dalla cosiddetta “rivoluzione fascista” in Italia  tra il 1919 e il 1924 (delitto Matteotti) quando non battono ciglio di fronte al fatto che nella Russia di Lenin un tal numero di assassini avveniva quotidianamente (basti pensare al massacro della famiglia dello Zar – compresi cuoco, cocchiere, cameriera e medico – avvenuta ad Ekaterinburg solo pochi anni prima).

[6] Grande dizionario della lingua italiana [GDLI], Accademia della Crusca, Utet, Torino vol. XVI, p. 1.087.

[7] «Da quali circostanze e per quale processo storico si sia espresso il nostro movimento politico, come abbia, sotto la spinta rivoluzionaria, conquistato il potere e dato una nuova costituzione allo Stato, mantenendo istituti, trasformandone altri ed altri ancora creandone di nuovi non possiamo in questa sede indagare. Qui, in sede di esposizione dottrinale, segniamo soltanto le fasi di questo rinnovamento politico, per il quale il movimento fascista ha compiuto la sua rivoluzione poggiando sovra un partito rivoluzionario, che poi divenne la base della costituzione nuova. Iniziò la sua rivoluzione con un’insurrezione, per compiere, sotto la guida d’una dittatura rivoluzionaria, quell’instaurazione rivoluzionaria, che dette origine al regime, sul quale si compose il nuovo Stato e si formò l’ordinamento costituzionale, basato sovra una legislazione prettamente rivoluzionaria. È stato un procedimento nettamente rivoluzionario, attraverso il quale si è potuta superare la crisi acuta e profonda, in cui, in un dato momento della sua storia, si dibatteva disperatamente il popolo italiano». Guido Bortolotto, Dottrina del Fascismo, Hoepli, Milano 1939, p. 362. Corsivi miei.

[8] «Anche se insistevano nel ribadire che la loro nuova fede si fondava sul passato mistico della Germania, i paganisti nazisti trovarono molta della loro dottrina nelle filosofie di un passato molto più recente». Richard Steigmann-Gall, Il santo Reich. Le concezioni naziste del cristianesimo, Boroli, Milano 2005, p. 413.

[9] La mitopoiesi del rito consiste nel creare (dal greco poiesis) il mito attraverso il rito (anziché viceversa). Mentre il cristianesimo (essendo basato su fatti reali) fa discendere il rito dal mito (o meglio dalla storia), ricordando alcuni momenti particolari della vita di Cristo, della Madonna o di alcuni santi in determinati giorni (processioni del Venerdì Santo, del 15 agosto, dell’8 dicembre, etc.), il paganesimo (falso) crea o ricrea una mitologia a partire dal rito (fiaccolate in occasioni di ricorrenze del tempo pagano che oggi hanno nomi cristiani, come la notte di – Santa – Valpurga, di San Giovanni, di Ognissanti o Halloween).

[10] In particolar modo riesumando le feste celtiche legate al ciclo solare, la cosiddetta Ruota dell’Anno che prevede otto festività di cui le quattro maggiori Yule, Ostara, Litha e Mabon corrispondono ai solstizi ed equinozi e le quattro minori, Samhain, Imbolc, Beltane e Lughnasadh corrispondono ai punti mediani tra di essi.

[11] Cfr. a tal proposito, Rafael Gambra, Eso que llaman Estado, Montejurra, Madrid 1958, trad. it. Ciò che chiamano Stato, Solfanelli, 202?, cap. La moralità dell’esistenzialismo.

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