Da ormai alcuni
giorni si discute sul caso delle minacce che la cosiddetta "comunità bengalese" di Mestre ha rivolto al resto della popolazione cittadina, nonché ai veneziani.
I
bengalesi vogliono una moschea e se non saranno accontentati, dicono, smetteranno
di lavorare.
I sedicenti "mediatori linguistici
e culturali" della "comunità bengalese" (gli stessi che istruivano certi loro allievi a votare per le sette progressiste...) intervistati dai telegiornali locali
dicono che per l’integrazione ci vogliono scuole, ma non si capisce in che modo
le scuole abbiano a che fare con un luogo di culto.
I progressisti,
con il loro solito machiavellismo politico, si sono ovviamente schierati dalla parte
dei bengalesi, evocando lo spettro di un blocco dell’economia: ne dobbiamo
quindi dedurre che ai progressisti la schiavitù d’importazione piaccia, dato che la giustificano. Ma è un
fatto già noto, i progressisti ne avevano già dato prova molte volte nel recente passato ripetendo
le solite frasi demenziali del tipo: "E allora chi raccoglierà i pomodori?"
Lo ripetiamo: ai
nipotini di Marx piace la schiavitù d’importazione, ma gli piacciono anche i
pancioni gonfi degli (im)prenditori, i padroni che si lamentano che gli
italiani "non hanno voglia di lavorare" (senza la garanzia di diritti adeguati e di uno stipendio decente).
Gli (im)prenditori
di certi settori – non serve fare nomi... – i bengalesi se li vanno a prendere
direttamente in Bangladesh, firmando contratti con agenzie locali. Tanto agli
(im)prenditori non importa nulla se i bengalesi creano problemi sociali, a loro
importa solo di arricchirsi e se domani si vivrà sotto la sharia pazienza, probabilmente
gli (im)prenditori saranno i primi a convertirsi.
Ma
riflettiamoci, che succederà adesso se i bengalesi sciopereranno? Smetteranno di
vendere rose? Smetteranno di rompere i coglioni ai semafori? I soliti alberghi
e ristoranti, trappole per turisti, chiuderanno i battenti? Gli (im)prenditori,
povere stelle, dovranno aspettare ancora qualche mese per permettersi di finire
di arredare il loro villone? Gli studenti universitari e i frequentatori dei
centri sociali (sempre in prima linea per difendere i diritti dei lavoratori) non
potranno più ricevere poke a domicilio alle 2 di notte sotto un diluvio?
Chiuderanno un po’ di lerci negozi "etnici"? Chiuderanno i negozi di gondole di
plastica e altre cazzate? Cesserà il flusso legale e clandestino delle rimesse, che dirotta tanti milioni di euro verso il Bangladesh?
Caspita, che
paura!
Un popolo
dignitoso accetta di sacrificarsi per un bene superiore. Mestre e Venezia non si pieghino ai bengalesi!
I marxisti
immaginari del Veneto pensino alla tempra del "popolo sovietico"! Durante la grande
guerra patriottica contro il nazifascismo il "popolo sovietico" tirò la
cinghia e sopportò, se i veneti hanno ancora una dignità resisteranno con coraggio al ridicolo ammutinamento
dei bengalesi. L’islam è il nuovo nazismo, ogni nuova moschea è una casa del
fascio: bisogna resistere.
I progressisti residenti
nel Veneto (definirli “veneti” è inappropriato) continuano a ripetere le solite
sciocchezze, e chiedono: "Ci potete indicare esattamente cosa intendete per
integrazione?"
La risposta è
molto semplice: se si parla dei bengalesi, sarebbe bene che costoro smettessero di far
maritare uomini di mezza età con spose minorenni, dovrebbero smettere di
bastonare i figli (lo sanno tanti insegnanti…), dovrebbero imparare a rispettare il codice della strada, dovrebbero imparare a gettare i
rifiuti negli appositi cestini (non siamo a Dacca), dovrebbero smettere di
sposarsi sistematicamente tra consanguinei (gli effetti di questa pratica li
vede chiunque lavori in un ospedale, nei casi più gravi, e per strada li può
constatare qualsiasi psicologo), inoltre dovrebbero abbandonare l’uso del velo
integrale e in generale i loro deliri maomettani da camicia di forza, inoltre
dovrebbero abbandonare i loro non meno pericolosi deliri nazionalisti: l’odio
feroce per gli indiani, ad esempio.
Nel novembre del 2019, la polizia di stato di Padova ha espulso un imam di 23 anni originario
del Bangladesh, attivo in un centro culturale islamico di via Jacopo da
Montagnana, il quale inneggiava a Hitler. Nonostante lo scarsissimo livello di
istruzione del paese asiatico, infatti, in Bangladesh il Mein Kampf viene
venduto con successo. Il paragone con la lotta al nazifascismo è quindi giusto
e legittimo: resistere alle minacce della comunità bengalese è oggi vera lotta
antifascista.
Che poi tra i
bengalesi ci sono anche cristiani, quindi di quale "comunità bengalese" stiamo
parlando? Non certo di tutti i bengalesi, tra cui ci sono anche cattolici che,
anche nel Veneto, vengono regolarmente perseguitati dai connazionali.
Boina
Roja
[Le immagini
sono state create con l’intelligenza artificiale.]


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