giovedì 27 agosto 2026

Mestre e Venezia non si pieghino ai ricatti dei bengalesi




Da ormai alcuni giorni si discute sul caso delle minacce che la cosiddetta "comunità bengalese" di Mestre ha rivolto al resto della popolazione cittadina, nonché ai veneziani. 
I bengalesi vogliono una moschea e se non saranno accontentati, dicono, smetteranno di lavorare.
I sedicenti "mediatori linguistici e culturali" della "comunità bengalese" (gli stessi che istruivano certi loro allievi a votare per le sette progressiste...) intervistati dai telegiornali locali dicono che per l’integrazione ci vogliono scuole, ma non si capisce in che modo le scuole abbiano a che fare con un luogo di culto.
I progressisti, con il loro solito machiavellismo politico, si sono ovviamente schierati dalla parte dei bengalesi, evocando lo spettro di un blocco dell’economia: ne dobbiamo quindi dedurre che ai progressisti la schiavitù d’importazione piaccia, dato che la giustificano. Ma è un fatto già noto, i progressisti ne avevano già dato prova molte volte nel recente passato ripetendo le solite frasi demenziali del tipo: "E allora chi raccoglierà i pomodori?"
Lo ripetiamo: ai nipotini di Marx piace la schiavitù d’importazione, ma gli piacciono anche i pancioni gonfi degli (im)prenditori, i padroni che si lamentano che gli italiani "non hanno voglia di lavorare" (senza la garanzia di diritti adeguati e di uno stipendio decente).
Gli (im)prenditori di certi settori – non serve fare nomi... – i bengalesi se li vanno a prendere direttamente in Bangladesh, firmando contratti con agenzie locali. Tanto agli (im)prenditori non importa nulla se i bengalesi creano problemi sociali, a loro importa solo di arricchirsi e se domani si vivrà sotto la sharia pazienza, probabilmente gli (im)prenditori saranno i primi a convertirsi.
Ma riflettiamoci, che succederà adesso se i bengalesi sciopereranno? Smetteranno di vendere rose? Smetteranno di rompere i coglioni ai semafori? I soliti alberghi e ristoranti, trappole per turisti, chiuderanno i battenti? Gli (im)prenditori, povere stelle, dovranno aspettare ancora qualche mese per permettersi di finire di arredare il loro villone? Gli studenti universitari e i frequentatori dei centri sociali (sempre in prima linea per difendere i diritti dei lavoratori) non potranno più ricevere poke a domicilio alle 2 di notte sotto un diluvio? Chiuderanno un po’ di lerci negozi "etnici"? Chiuderanno i negozi di gondole di plastica e altre cazzate? Cesserà il flusso legale e clandestino delle rimesse, che dirotta tanti milioni di euro verso il Bangladesh?
Caspita, che paura!
Un popolo dignitoso accetta di sacrificarsi per un bene superiore. Mestre e Venezia non si pieghino ai bengalesi!
I marxisti immaginari del Veneto pensino alla tempra del "popolo sovietico"! Durante la grande guerra patriottica contro il nazifascismo il "popolo sovietico" tirò la cinghia e sopportò, se i veneti hanno ancora una dignità resisteranno con coraggio al ridicolo ammutinamento dei bengalesi. L’islam è il nuovo nazismo, ogni nuova moschea è una casa del fascio: bisogna resistere.
I progressisti residenti nel Veneto (definirli “veneti” è inappropriato) continuano a ripetere le solite sciocchezze, e chiedono: "Ci potete indicare esattamente cosa intendete per integrazione?"
La risposta è molto semplice: se si parla dei bengalesi, sarebbe bene che costoro smettessero di far maritare uomini di mezza età con spose minorenni, dovrebbero smettere di bastonare i figli (lo sanno tanti insegnanti…), dovrebbero imparare a rispettare il codice della strada, dovrebbero imparare a gettare i rifiuti negli appositi cestini (non siamo a Dacca), dovrebbero smettere di sposarsi sistematicamente tra consanguinei (gli effetti di questa pratica li vede chiunque lavori in un ospedale, nei casi più gravi, e per strada li può constatare qualsiasi psicologo), inoltre dovrebbero abbandonare l’uso del velo integrale e in generale i loro deliri maomettani da camicia di forza, inoltre dovrebbero abbandonare i loro non meno pericolosi deliri nazionalisti: l’odio feroce per gli indiani, ad esempio.
Nel novembre del 2019, la polizia di stato di Padova ha espulso un imam di 23 anni originario del Bangladesh, attivo in un centro culturale islamico di via Jacopo da Montagnana, il quale inneggiava a Hitler. Nonostante lo scarsissimo livello di istruzione del paese asiatico, infatti, in Bangladesh il Mein Kampf viene venduto con successo. Il paragone con la lotta al nazifascismo è quindi giusto e legittimo: resistere alle minacce della comunità bengalese è oggi vera lotta antifascista.
Che poi tra i bengalesi ci sono anche cristiani, quindi di quale "comunità bengalese" stiamo parlando? Non certo di tutti i bengalesi, tra cui ci sono anche cattolici che, anche nel Veneto, vengono regolarmente perseguitati dai connazionali.
Boina Roja

 


[Le immagini sono state create con l’intelligenza artificiale.]

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