mercoledì 17 agosto 2022

Chiarificazioni su tre simboli russi


Nella parte orientale del continente europeo le ostilità non si sono ancora placate, non siamo in ritardo quindi per un articolo chiarificatore su alcuni emblemi del conflitto russo-ucraino entrati nella nostra quotidianità. È notizia di fine maggio che il ministero dell’istruzione e della scienza russo progetti di introdurre un corso di studi storici obbligatorio di 144 ore in tutte le facoltà universitarie, ma in Italia le cose vanno al contrario: a scuola si penalizza l’insegnamento di questa materia, molti cittadini non conoscono neppure il significato dei loro stemmi municipali e parecchie persone acquistano abiti a caso senza curarsi delle insegne che poi vanno a indossare. La lotta tra la grande madre Russia e il cosiddetto “Occidente” liberale, ossessione dei guitti e dei saltimbanchi televisivi italici, pare la lotta degli uomini che conoscono la storia contro gli uomini a-storici.

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Il nome Ucraina significa “terra di confine” e da principio era utilizzato per indicare un’area marginale, che è stata a lungo contesa tra potenze in rotta di collisione, in particolare la Polonia a Ovest e la Russia a Est. La regione di Kiev era nota come Malorossija (“Piccola Russia”), poiché il primo regno russo ebbe le sue origini in quella città nel 880 d.C. (ottant’anni dopo l’incoronazione di Carlo Magno). Dopo due secoli di conflitti svoltisi tra il Cinquecento e il Settecento, la Russia riuscì a liberare dai turchi tutta l’area orientale e meridionale dell’attuale Ucraina, che (escludendo la Crimea) fu rinominata Novorossija. Questo territorio era scarsamente abitato, ma in un breve lasso di tempo si ripopolò di uomini provenienti da ogni regione dell’Impero, che vi fondarono città, ne misero a frutto il terreno coltivabile, le risorse minerarie e la posizione ottimale sul Mar Nero.

Dal punto di vista storico la “nazione ucraina” è una costruzione recente, che con fatica cerca di definire quella coerenza nel suo percorso che in tutti i romanticismi costituisce l’elemento fondamentale per consentire l’elaborazione di una storiografia nazionalista. Il ricercatore Simone Attilio Bellezza scrive: «l’Ucraina indipendente ha per lungo tempo, dopo il 1991, costituito una delle aree più sicure di influenza russa al di fuori dei confini della Federazione russa: una parte consistente della popolazione ucraina è madrelingua russa e i due Paesi erano legati da rapporti economici, culturali e di parentela personale. L’ideale nazionale ucraino così come si era manifestato nel ventesimo secolo era, come si disse anche in sede scientifica, “la fede di una minoranza” tanto che si nutrivano dubbi sul fatto che l’Ucraina potesse esistere come vero e proprio Stato nazionale» (1). Lo stesso Zelens’kyj è un israelita russofono, che per poter partecipare alla vita politica del suo paese, a partire dal 2017, ha dovuto addirittura studiare l’ucraino, ponendosi originariamente – proprio in ragione di ciò – come una figura non divisiva rispetto alle minoranze (2). 

La condizione basilare perché, durante l’800, potesse almeno nascere la possibilità di inventare un’identità ucraina si ebbe durante il Cinquecento, quando l’espansione della Polonia portò seco il riavvicinamento di alcuni ortodossi al Cattolicesimo. Con l’Unione di Brest, nel 1596, una parte del clero dell’attuale Ucraina occidentale riconobbe l’autorità del Papa, mantenendo il rito (3)(4). Molti sacerdoti e intellettuali iniziarono così a formarsi in Europa, portandosi a casa per trecento anni mode culturali straniere, tra cui il nazionalismo. Con la rivoluzione francese il termine “nazione” assunse un significato nuovo, scalzando il diritto divino e l’universalismo cristiano degli stati plurinazionali, in favore di una concezione dello stato e del potere civile derivanti da una comunità politica unitaria per lingua e cultura, che è appunto l’idea moderna di nazione. Nell’Ottocento prese poi forza anche lo spirito romantico, con le sue mistificazioni: «lo storico Nikolaj Kostomarov (1817-1885), uno dei primi a sostenere la distinzione tra i popoli ucraino e russo […] aveva a lungo studiato la storia dei cosacchi ucraini: questi mitici contadini guerrieri erano nati nel XV secolo dall’opposizione all’avanzata polacca nelle steppe del fiume Dniprò, lungo il quale essi fondarono un’entità politica indipendente, chiamata “etmanato” (dal nome del principe dei cosacchi, l’etmano). Nell’Ottocento i cosacchi furono scelti come progenitori del movimento nazionale ucraino, che ne apprezzava le tante insurrezioni per l’indipendenza tanto contro i polacchi quanto contro i russi. Quella cosacca fu idealizzata come una società egualitaria e in parte democratica, contrapposta alla servitù della gleba che era stata introdotta solo dopo che la Russia riuscì a sottomettere i nobili cosacchi nel corso del 1700. Sebbene sia improprio considerare i cosacchi una nazione in senso moderno, le loro vicende si prestarono bene a questo tipo di idealizzazione romantica» (4). In realtà la sovrapposizione tra i cosacchi di ieri e gli attuali “ucraini” è del tutto forzata.

In ogni caso, l’Ucraina moderna nacque come regione amministrativa sovietica, su basi linguistiche e culturali rafforzate dalle politiche identitarie staliniane. Un problema grave dell’Ucraina di oggi risiede nell’incapacità di una porzione non trascurabile dei suoi abitanti di distinguere tra un normale patriottismo e un nazionalismo romantico fuori tempo massimo, che cade spesso in derive razziste intollerabili.

Ciò premesso, il progetto di una Novorossija separata dalla Malorossija che – a quanto sembra – oggi viene portato avanti dalla Federazione Russa, fu lanciato il 22 maggio 2014 su base federale dalle repubbliche di Lugansk e Donetsk. La bandiera adottata da allora in poi è una croce di Sant’Andrea blu, contornata di bianco, su fondo rosso, ma non ha alcun collegamento con il vessillo degli Stati Confederati d’America. La bandiera della Novorossija riprende infatti i colori del tricolore di Pietro il Grande e la forma dalla bandiera di bompresso delle unità della guardia costiera russa (che differisce da essa solo per il fondo verde). Anche lo stemma della Novorossija si rifà alla marina russa ed è un’aquila bicefala con un martello e un’ancora, dove lo strumento da lavoro ricorda le miniere e l’industria pesante.

Dal 2014 ad oggi, alcune formazioni militari del Donbass non hanno mai smesso di usare la Croce di Sant’Andrea, emblema di un obiettivo da raggiungere. Secondo una leggenda, Sant’Andrea viaggiò nel Mar Nero arrivando al fiume Dnepr, che solcò sino al luogo in cui in seguito sorse Kiev. Si narra che in quella zona fu eretta una croce a ricordo del passaggio del Santo, segno che preannunciò la nascita di una grande città cristiana. In ragione di questa spedizione verso nord-est, Sant’Andrea è Patrono di Romania e di Russia. È un racconto che per molti versi ricorda quello secondo cui un angelo dalle sembianze di leone alato predisse a San Marco, mentre dormiva in una capanna di pescatori della Laguna Veneta, che lì un giorno avrebbero riposato le sue spoglie.

L’operazione militare speciale ha reso famoso anche un altro simbolo: il nastro di San Giorgio (o nastro della gloria), nato sotto gli Zar come onorificenza dell’Ordine di San Giorgio e mantenuto dai sovietici, che lo hanno legato indelebilmente alla loro vittoria sul nazismo. Ora esso è il simbolo della parata del 9 maggio, ma fu voluto in origine da Caterina II (1729-1796), detta la Grande, il 7 dicembre 1769. I suoi colori, il nero e l’arancio, si richiamano allo stemma dei Romanov e fu istituito esclusivamente come ricompensa per servigi militari resi alla Patria (6). La bandiera di San Giorgio era il più alto onore che potesse essere concesso a un corpo militare (7).

Oggi il segno più celebre impiegato dall’esercito russo è comunque la Z, assente nell’alfabeto cirillico e ridotta da alcuni osservatori a uno stratagemma elementare per evitare il fuoco amico, distinguendo subito i veicoli russi dai mezzi ucraini (8). In verità, la questione è molto più stratificata. La Z ricorda il numero 3, ergo la Trinità, e, stando a un’altra versione, indicherebbe lo scontro o l’equilibrio tra Cosmos e Caos (le due linee orizzontali): la superiore si dovrebbe riferire all’Essere (lo spirito) e quella inferiore al Divenire (la materia), la diagonale che le congiunge sarebbe il popolo russo (9). Essa non sarebbe quindi una lettera ma un simbolo, quasi analogo per interpretazione alla Croce di Costantino: la Z è la vittoria e la Trinità, unisce il mondo materiale a quello spirituale.

La Z però, sta anche per «Za pabieda», che significa: «Fino alla / per la vittoria». Lo storico marxista Davide Rossi spiega che questo era il grido dei sovietici durante la seconda guerra mondiale. Ma già a quel tempo la Z stava anche per «Za Radina»: «Per la Patria», e recentemente è nato un nuovo motto: «Za mir bez nazisma», cioè «Per un mondo senza nazismo», oppure, considerando che “mir” in russo significa anche “pace”: «Fino a una pace senza nazismo» (10). 

Riccardo Pasqualin


(1) Simone Attilio Bellezza, Il destino dell’Ucraina. Il futuro dell’Europa, Scholé, Brescia 2022, p. 7. Si tratta di una fonte antirussa.

(2) Ivi, p. 179. Nel 2017 in Ucraina era passata la legge sulla lingua dell’istruzione, seguita, nel maggio del 2019, dalla legge sull’imposizione dell’ucraino come lingua di stato. Tali provvedimenti (oltre ai russi) infastidirono anche la minoranza magiara presente soprattutto nella regione di Užhorod, la Transcarpazia. 

(3) Ivi, p. 16

(4) Dorota Gil, La Slavia orthodoxa unita e disunita dopo l’Unione di Brest, in «Letterature di Frontiera : Littératures Frontalières», IX, 1999, 1, pp. 81-86.

(5) S. A. Bellezza, Il destino, cit., pp. 14-15.

(6) Cfr. Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Giornale Araldico, Pisa, 1876-77, p. 322.

(7) Russia, in «Gazzetta Piemontese», martedì 18 ottobre 1814, n. 34.

(8) Paolo Callegari, Matrioska Ucraina. Una guerra moderna, Impressioni Venete, Padova 2022, p. 51.

(9)  Ivi, p. 52.

(10) Vladimir Putin, Di fronte alla storia: Obiettivi e strategie della Russia, a cura di Davide Rossi, PGreco, Milano 2022.

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