di Boina
Rossa
C’è una curiosa indignazione che si aggira per i giornali e sulla rete ogni volta che qualcuno osa mettere mano a un classico. Il classico, almeno in alcuni casi, pare intoccabile. Ma questa regola vale a singhiozzo. Perché a volte quando a essere toccato è un testo che, pur appartenendo al patrimonio della nostra provincia, in realtà conosciamo poco, allora il rispetto per la tradizione si trasforma rapidamente in libertà, non tanto creativa o di contaminazione, quanto di riscrittura integrale…se non si vuol parlare direttamente di demolizione.
* * *
Partiamo da un caso che è sulla bocca di tutti: l’ultimo film sull’Odissea diretto da Christopher Nolan. La pellicola ha suscitato critiche perché per molti non sarebbe abbastanza “omerica”, e il passatempo del momento è diventato irridere il regista. Ma francamente, non si capisce bene che cosa si aspettassero gli spettatori; da decenni cinema e televisione confezionano Odissee di ogni genere, adattando Omero alle necessità del periodo, del pubblico e soprattutto del botteghino. Quest’ultima “fatica” sembra una lunga puntata di Xena: un mediocre prodotto d’avventura per ragazzi, fatto per intrattenere (tra qualche tempo ce lo troveremo trasmesso su Italia1 per il ciclo “Fantastica avventura” durante i pomeriggi domenicali). Mediocre sì, ma come tanti altri film venuti prima.
Questo Re Ulisse ha qualcosa del tedesco in vacanza, certi suoi marinai cinesi (?) sembrano usciti da un film di Jackie Chan, Elena è nera (ma il problema fondamentale è che non è bella, come dovrebbe essere Elena) e la maga Circe pare una professoressa di matematica delle scuole medie, di quelle inacidite perché ai ragazzi non piace studiare i logaritmi.
Film brutto? Sì. È Omero? No, è Nolan (ma si sapeva fin da subito). C’è poi un altro problema: chi può dire oggi che cosa sia lo «spirito omerico»? Dell’Omero storico non sappiamo praticamente nulla. Non sappiamo neppure se dietro il nome di Omero vi sia stato un solo poeta, una “scuola”, una tradizione orale raccolta e ordinata successivamente o una combinazione di tutto questo. L’Odissea, così come è arrivata a noi, è il risultato di una storia lunga e complessa di trasmissione, selezione e fissazione del testo. Invocare dunque il «vero spirito omerico» come si invocherebbe un regolamento notarile è, nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità.
E tuttavia la faccenda della lesa maestà di un classico può diventare curiosa provando a fare un parallelo con uno scrittore di casa nostra... Perché i critici padovani e veneti tacciono sistematicamente quando il classico “violato” è Ruzante?
A Padova, dal 14 al 16 agosto, è stato portato in scena lo spettacolo Mondo Roerso Ruzzante recita Ruzante, opera di Alfredo De Venuto risalente al 2016, presentata come un «riadattamento stradiottésco in forma teatrale e in lingua veneta» della Prima Orazione al Cardinal Cornaro.
Ruzzante, con due Z (variante toscanizzata), che recita Ruzante, con una Z (grafia originaria), sottolinea evidentemente l’idea di un adattamento, ma sempre di Ruzante si dovrebbe trattare…
Nulla di scandaloso, naturalmente: un’opera del Cinquecento può essere adattata e può pure essere tradotta, l’arte vive anche di questo.
Solo che il “Ruzante contemporaneo” è diventato una specie di etichetta che si può incollare su qualsiasi barattolo a prescindere dal contenuto. Così è stato fatto anche in Mondo Roerso, secondo una prassi consolidata da decenni: il pavano di Ruzante è stato “tradotto” nel padovano di oggi con qualche grammo di grammelot, ci si è buttata in mezzo qualche frecciatina ai politici locali e alla giunta comunale (che per altro ha patrocinato lo spettacolo) e si è tenuto insieme il tutto con una generosissima dose di battute tanto oscene quanto vecchie e poco originali. Come sempre, si confonde la comicità con la facilità: Ruzante non era semplicemente un uomo che diceva cose sporche facendo ridere. Ruzante non scriveva copioni per i film di Pierino con Alvaro Vitali assemblando barzellette vecchie e nudità assortite. Nel suo stile c’era una lingua che rappresentava (in maniera caricaturale) la condizione di un ordine sociale, quello dei villani, oggi scomparso. Nelle campagne padovane non ci sono più la miseria e la fame, e nella città di Antenore non esiste nemmeno più quel proletariato industriale che gli ultimi marxisti esauriti si ostinano a considerare la loro musa. Se oggi si vuole capire il riso di Ruzante si può cercare di indagare la brutalità dei rapporti umani (che invece è viva e vegeta); mettersi il naso rosso e fare battute a sfondo sessuale per far ridere i polli credendo di aver rovesciato e decostruito il mondo non è “attualizzare un testo”.
Oggi i villani di Ruzante non ci sono più, e non ci sono nemmeno più le categorie ideologiche con cui certa critica novecentesca (che per lo meno era colta) aveva cercato di trasformare il drammaturgo nel portavoce ante litteram della lotta di classe. Non resta che atteggiarsi a epigoni di Dario Fo, portando avanti una retorica “anti-sistema” sempre meno colta e sempre più inconsistente.
Di conseguenza, per “fare Ruzante” i testi di Ruzante si possono anche non prendere più in considerazione, basta qualche breve riassunto e poi ci si butta dentro ciò che si vuole. In Mondo Roerso sono state aggiunte pure delle citazioni goldoniane snocciolate in maniera casuale (prima frasi tratte da La cameriera brillante, poi da La bottega del caffè). Tanto ormai Ruzante non è più un autore: è diventato un marchio.
Che accostare Ruzante a Goldoni solo per la vicinanza geografica sia un’assurdità lo può capire chiunque si metta a studiare le opere dei due autori, ma purtroppo a Padova l’errore è stato inciso nella roccia fin dall’Ottocento. Basta guardare quella vecchia targa patavina del 27 aprile 1824 che proclama: «Questa fu la casa della famiglia Beolco onde uscì all’Italia il Ruzzante il più geniale autore comico prima del Goldoni». Una formula che svilisce Angelo Beolco ed esalta Goldoni dove non ce n’è bisogno. È un modo curioso di celebrare un autore: farlo scomparire in mezzo a roba che non c’entra nulla.
A questo punto meglio il film di Nolan, che almeno fa vendere qualche copia dell’Odissea.
Sorge anche il sospetto che in certi spettacoli il nome famoso e prestigioso di Ruzante venga messo in mezzo solo per attrarre pubblico.
Boina Rossa
Questo Re Ulisse ha qualcosa del tedesco in vacanza, certi suoi marinai cinesi (?) sembrano usciti da un film di Jackie Chan, Elena è nera (ma il problema fondamentale è che non è bella, come dovrebbe essere Elena) e la maga Circe pare una professoressa di matematica delle scuole medie, di quelle inacidite perché ai ragazzi non piace studiare i logaritmi.
Film brutto? Sì. È Omero? No, è Nolan (ma si sapeva fin da subito). C’è poi un altro problema: chi può dire oggi che cosa sia lo «spirito omerico»? Dell’Omero storico non sappiamo praticamente nulla. Non sappiamo neppure se dietro il nome di Omero vi sia stato un solo poeta, una “scuola”, una tradizione orale raccolta e ordinata successivamente o una combinazione di tutto questo. L’Odissea, così come è arrivata a noi, è il risultato di una storia lunga e complessa di trasmissione, selezione e fissazione del testo. Invocare dunque il «vero spirito omerico» come si invocherebbe un regolamento notarile è, nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità.
E tuttavia la faccenda della lesa maestà di un classico può diventare curiosa provando a fare un parallelo con uno scrittore di casa nostra... Perché i critici padovani e veneti tacciono sistematicamente quando il classico “violato” è Ruzante?
A Padova, dal 14 al 16 agosto, è stato portato in scena lo spettacolo Mondo Roerso Ruzzante recita Ruzante, opera di Alfredo De Venuto risalente al 2016, presentata come un «riadattamento stradiottésco in forma teatrale e in lingua veneta» della Prima Orazione al Cardinal Cornaro.
Ruzzante, con due Z (variante toscanizzata), che recita Ruzante, con una Z (grafia originaria), sottolinea evidentemente l’idea di un adattamento, ma sempre di Ruzante si dovrebbe trattare…
Nulla di scandaloso, naturalmente: un’opera del Cinquecento può essere adattata e può pure essere tradotta, l’arte vive anche di questo.
Solo che il “Ruzante contemporaneo” è diventato una specie di etichetta che si può incollare su qualsiasi barattolo a prescindere dal contenuto. Così è stato fatto anche in Mondo Roerso, secondo una prassi consolidata da decenni: il pavano di Ruzante è stato “tradotto” nel padovano di oggi con qualche grammo di grammelot, ci si è buttata in mezzo qualche frecciatina ai politici locali e alla giunta comunale (che per altro ha patrocinato lo spettacolo) e si è tenuto insieme il tutto con una generosissima dose di battute tanto oscene quanto vecchie e poco originali. Come sempre, si confonde la comicità con la facilità: Ruzante non era semplicemente un uomo che diceva cose sporche facendo ridere. Ruzante non scriveva copioni per i film di Pierino con Alvaro Vitali assemblando barzellette vecchie e nudità assortite. Nel suo stile c’era una lingua che rappresentava (in maniera caricaturale) la condizione di un ordine sociale, quello dei villani, oggi scomparso. Nelle campagne padovane non ci sono più la miseria e la fame, e nella città di Antenore non esiste nemmeno più quel proletariato industriale che gli ultimi marxisti esauriti si ostinano a considerare la loro musa. Se oggi si vuole capire il riso di Ruzante si può cercare di indagare la brutalità dei rapporti umani (che invece è viva e vegeta); mettersi il naso rosso e fare battute a sfondo sessuale per far ridere i polli credendo di aver rovesciato e decostruito il mondo non è “attualizzare un testo”.
Oggi i villani di Ruzante non ci sono più, e non ci sono nemmeno più le categorie ideologiche con cui certa critica novecentesca (che per lo meno era colta) aveva cercato di trasformare il drammaturgo nel portavoce ante litteram della lotta di classe. Non resta che atteggiarsi a epigoni di Dario Fo, portando avanti una retorica “anti-sistema” sempre meno colta e sempre più inconsistente.
Di conseguenza, per “fare Ruzante” i testi di Ruzante si possono anche non prendere più in considerazione, basta qualche breve riassunto e poi ci si butta dentro ciò che si vuole. In Mondo Roerso sono state aggiunte pure delle citazioni goldoniane snocciolate in maniera casuale (prima frasi tratte da La cameriera brillante, poi da La bottega del caffè). Tanto ormai Ruzante non è più un autore: è diventato un marchio.
Che accostare Ruzante a Goldoni solo per la vicinanza geografica sia un’assurdità lo può capire chiunque si metta a studiare le opere dei due autori, ma purtroppo a Padova l’errore è stato inciso nella roccia fin dall’Ottocento. Basta guardare quella vecchia targa patavina del 27 aprile 1824 che proclama: «Questa fu la casa della famiglia Beolco onde uscì all’Italia il Ruzzante il più geniale autore comico prima del Goldoni». Una formula che svilisce Angelo Beolco ed esalta Goldoni dove non ce n’è bisogno. È un modo curioso di celebrare un autore: farlo scomparire in mezzo a roba che non c’entra nulla.
A questo punto meglio il film di Nolan, che almeno fa vendere qualche copia dell’Odissea.
Sorge anche il sospetto che in certi spettacoli il nome famoso e prestigioso di Ruzante venga messo in mezzo solo per attrarre pubblico.
Boina Rossa
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